Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: aprile 2011

Da oggi sulla famiglia è calata la mannaia delle vacanze di Pasqua. Lunedì e martedì ancora nido, poi più niente per questa settimana, e per tutta la successiva. Insomma, si torna alla normalità il 2 maggio. Una vita. E la disperazione serpeggia in casa: vi siete talmente abituati a quelle tre ore e mezza scarse di mattina (dalle 9.30 del limite massimo di entrata, che voi spesso sforate, alle 13.30 di uscita per quegli eletti che fanno solo mezza giornata, e togliendo un quarto d’ora per andare entrambe le volte) che ormai tutta l’organizzazione della vostra vita pseudolavorativa si basa su quello.

Dice che è per adeguarsi alle vacanze che fanno le scuole vere, asili elementari ecc., ma voi non vi ricordate che a Pasqua fossero così lunghe, massimo era una settimana. Evidentemente le cose sono cambiate, ma non vuoi approfondire per pietà verso il te stesso dei prossimi sedici anni.

Ieri mattina quando sei andato a portare Patata per l’ultima volta, hai fatto buon viso a cattivo gioco e hai detto alla tata: “Allora buona Pasqua!”. E lei, serissima: “Auguri anche a voi. E buon riposo!”.

Ti è venuta in mente quella scena in cui Eduardo dice a Titina: “Cunce’, ma chisto me stesse sfuttenno?”.


“Mamma, guadda!”, dice Patata alzando l’indice.

Tu e Soja vi girate verso la finestra: che sarà mai? La luna (alle tre di pomeriggio)? Le lenzuola colorate che penzolano dal piano di sopra, stese dal vicino Mykonos dopo una notte di bunga bunga? Un piccione, una cornacchia, un passero? Un amico immaginario?

“Che cos’hai visto, poetica Patata?”.

E lei, osservandosi la punta dell’indice, con espressione stupefatta: “Guadda! Una caccola gandissima!”.

Quando la bimba indica qualcosa, solo i genitori stupidi non guardano il dito.


Il lato divertente di essere tornato freelance, cioè disoccupato, è dover fare tutte le mattine solo pochi metri per raggiungere la tua postazione, al tavolo del tinello.

Il lato strano di essere freelance, è che nella postazione di fronte alla tua c’è mamma Soja, lei sì freelance per davvero e non per edulcorare uno status di nullafacenza.

Il lato ridicolo di essere freelance, è che spesso con Soja, a due metri di distanza, vi mandate le mail, vi commentate a vicenda su facebook, addirittura qualche volta iniziate a chattare prima di essere sopraffatti dalla vergogna.

Ieri per esempio, tu hai postato un pezzo della rubrica settimanale di musica che tieni per un sito (impegno gratuito, che te lo dico a fare) e lei ha messo il like, e poi anche un commento. Una cosa tipo “non so come fa a scrivere così bene, e anche a caricare la lavastoviglie tutte le sere”.

Verissimo: certe volte cucini, apparecchi, sparecchi e lavi i piatti, come un massaio perfetto, e lo fai subito dopo mangiato per non vedere il bordello e la sporcizia che si accumulano. Una vita passata a criticare e compiangere tua madre per la sua mania dell’ordine, ed eccoti qua, con le stesse fisse.

Embe’, il fatto che questa cosa venisse, se pure in forma scherzosa, pubblicizzata davanti a tutti i tuoi amici, ti ha fatto solo piacere. Orgoglio masochisticamente aumentato dal pensiero che molti tuoi colleghi maschietti si sarebbero invece potuti incacchiare e sentirsi sminuiti. Certe volte pensi che questo orgoglio femminista, questa gara per fare in casa quanto e più di lei, questa propensione al lavoro domestico, siano qualcosa in più della condiscendenza del maschio moderno-intellettuale-pensierodebole-radicalchic. Che sotto la maschera del “giornalista che sa anche passare lo straccio” si celi in realtà un casalingo 100%. Che tutto sommato, se la molla economica non ci fosse (o quando non ci sarà più perché mamma Soja sarà famosa e ricca), tutto sommato potrebbe anche starti bene così: casalinguo & solopapà.

E non sai se scoprire questa cosa ti fa più paura. O ti fa più ridere.

Ma ora basta scrivere, devi andare a lavare a mano le pentole di coccio, che a metterle in lavastoviglie non ti fidi, non sia mai si rompono.


Uno dei tanti motivi per cui molta gente vi definirebbe “alternativi” è l’allattamento prolungato. Che poi è l’Oms, mica Gennaro D’Auria, a consigliare l’allattamento esclusivo fino a sei mesi e quello prevalente fino a tre anni. Patata a 2 anni e 4 mesi mangia pasto solido a colazione pranzo merenda cena e merenda della buonanotte, e innaffia il tutto con abbondante latte materno, che però per quanto abbondante non sarà mai prevalente su tutto il resto. Ma niente da fare, quelli strani siete voi.

Sta di fatto che Patata, dopo avervi fatto penare quand’era piccola, perché non si attaccava bene, ciucciava poco, non cresceva a ritmi esponenziali, e insomma lo stress aveva quasi mandato mamma Soja kappaò, adesso invece vuole la tetta ogni due e tre. E siccome parla e ragiona pure troppo, a volte crea delle scenette assurde tipo quando le fa dialogare tra loro. Oppure quando si rivolge alla mamma: “Mi dai la tetta?”. E Soja: “Ok vieni”. Ma già con la bocca spalancata e a un centimetro dall’oggetto del desiderio, si ferma un attimo e prenota: “Ma poi dopo mi dai anche altta tetta?”.

L’allattamento al seno ha tanti vantaggi: vi ha risolto il problema delle coliche a due mesi, serve in aereo per farla deglutire e compensare gli sbalzi di pressione (provate a dire a un tremesenne “Hai male alle orecchie? Quando ti dà fastidio, ingoia”), fornisce un serbatoio onnipresente e portatile di liquido che soprattutto d’estate è utile. Insomma, una manna dalla mamma, e pure gratis, se non fosse che appunto tutta la fatica ricade sulla genitrice. Ma lei ha sempre sostenuto strenuamente la scelta, e ovvi momenti di stanchezza a parte, continua, per cui chapeau.

L’allattamento prolungato ha tanti vantaggi, non ultimo quello della nanna: dall’età di due mesi fino a oggi, Patata si è sempre addormentata stordita dalla tetta. Ma è un’arma a doppio taglio: perché l’indissolubilità del legame nanna-tetta impedisce per esempio che Patata resti a dormire dai nonni, una tantum. O anche soltanto che Soja e Solo escano una sera e tornino a mezzanotte trovandola già a letto: utopia, le rare volte che uscite o dovete tornare entro l’ora di nanna, o ve la portate con voi, il che significa tornare comunque entro una certa. Ma questo è il meno.

Il fatto è che, sarà perché la piccirilla cresce, ma sta diventando sempre più lungo e incerto il percorso verso il sonno. Sì, lo sai che non è la tetta il problema, che comunque è un momento difficile, in varie età e per vari motivi, e che richiede fantasia impegno e soprattutto tempo. Anche per gli altri. Ma questi siete voi. Ieri sera per esempio mamma Soja se l’è portata a letto alle dieci e mezza, ed è riemersa un’ora precisa dopo. Stremata. Ma sempre più spesso capita un’altro schema, come stasera.

Alle dieci le tue donne erano già pigiamizzate e sdraiate sul lettone. Fino alle dieci e mezza sei stato in soggiorno ma in tensione perché la sentivi chiacchierare allegramente. Alle dieci e trentacinque ti ha chiamato di là e ha ingiunto: “Io voio fare a pappa”, te la sei portata e le hai rifilato due gallette biologiche di mais, evitando per il rotto della cuffia l’apertura dell’ennesimo tetrapak di Nesquik con cannuccia. Alle undici meno un quarto vi siete riaffacciati in camera da letto, Soja giaceva immobile, per cavalleria hai sussurrato a Patata: “Lasciamo dormire la mamma? Puoi provare a fare nanna in braccio a papà”, lei si è ribellata solo per qualche secondo, poi hai iniziato a cullarla andando avanti e indietro per la stanza, proprio come due anni e otto chili fa. Alle undici e un quarto, dopo canzoncine, storielle, scricchiolamenti di ginocchia tue e cambi di posizioni sue, hai provato a metterla giù: lei si è un po’ agitata ma alla fine sembrava aver preso piede, comunque tu ci hai messo lo stesso tre minuti a percorrere un metro e mezzo a passo felpato per uscire. Alle undici e venti, causa ragazzotti casinisti proprio sotto la finestra (è arrivata l’estate, evviva!), senti Soja che si ridesta sbuffando, corri di là ma l’aveva già presa lei. Alle undici e venticinque vedi mamma Soja uscire inviperita dalla stanza e minacciare ritorsioni a base di escrementi solidi per i disturbatori della vostra pubblica quiete: indeciso se mettere in pratica i suoi intenti o soccorrere Patata che intanto si disperava per l’allontanamento materno, opti per la seconda e riesci non si sa come a consolarla e addormentarla. Alle undici e quaranta, esci dalla stanza. Stremato tu, stavolta. La serata ormai è andata, qualunque cosa avessi intenzione di fare, ciao ciao. E invece, ti metti pure a scrivere il blog.

Ma tutto questo viene disintegrato, polverizzato, da un solo momento: quando, passandotela da un braccio all’altro mentre la cullavi, Patata che aveva già gli occhi chiusi li ha aperti un attimo, ti ha guardato ti ha fatto un sorrisone e poi ti ha messo un braccio attorno al collo.


Avresti voluto concludere la presentazione di Mamma Soja proseguendo da dove ti eri interrotto, ma oggi è successo un fatto.

Avresti voluto raccontare di pomeriggi passati nei supermercati a fare l’esegesi di liste di ingredienti scritte in corpo sei, interminabili liste e incomprensibili, grassi vegetali non idrogenati – olio di palma, e vai non c’è il burro, addensante – agar agar, alé non c’e l’uovo, e proprio verso la fine, un inutile latte in polvere, e che sfaccimma, questa torta non la può mangiare.

Avresti raccontato di ancor più deliranti situazioni nei ristoranti, come quando cercavi di chiedere a un cameriere polacco ingrugnito se nello zuppone indonesiano oltre agli spaghetti di soja, allo zenzero, al peperoncino, ai dadini di tofu, all’ananas, ai piselli, alle zucchine, al daikon, ci fosse per caso qualche prodotto di origine animale, e se per la precisione quei pezzettini rosati e ricurvi vagamente simili nella forma anche se per niente nel sapore a gamberetti, fossero effetivamente gamberetti.

Avresti detto di come soja tofu seitan e tempeh siano entrati nella tua vita quotidiana, delle costanti sfide con te stesso per preparare varianti vegan quanto più simili agli originali, di come grazie a Patata nella panza lei si sia furtivamente avvicinata a un tuo frittatone di cipolle e da allora sia tornata “solo” vegetariana, rimanendo però ad honorem e per sempre Mamma Soja.

Avresti ricordato questi e altri fattarielli. Ma oggi è successo un fatto che spiega e riassume tutto. Quando Mamma Soja è andata a prendere Patata all’asilo.

Al nido che noi chiamiamo asilo, funziona così: c’è un foglio che appendono al muro tutti i giorni, e sopra una tabella con i nomi dei bimbi e le colonne Primo Secondo Contorno. Poi a penna le Tate specificano ogni volta quello che ogni bimbo mangia di ogni piatto(TUTTO, META’, NIENTE, POCO, BIS) e sotto scrivono il menù del giorno. Oggi Mamma Soja va lì e vede che Patata ha magiato tutto il secondo, cosa rara, allora legge che c’era: “Arista. Bene! Quindi pesce, vero?”.


Il primo appuntamento fu very alternative. All’epoca tu eri caporedattore del Mensile Culturale, lei una collaboratrice appena reclutata; tu eri solo e disperato, a Ciudad del Norte da meno di un anno e di nuovo single dopo 4 anni di storia a distanza, lei era indigena e abitava a duecento metri da casa tua.

“Vieni a trovarci qualche volta in redazione”, dicesti tu a telefono.

“Andiamo a mangiare un boccone, una sera di queste”, disse lei in redazione.

“Perfetto”, dicesti tu pensando a un bel piatto di agnolotti.

“C’è un kebab proprio sotto casa mia”, disse lei pensando a chissà cosa. E kebab fu.

“Un kebab”, dicesti tu. “Sì sì, cipolle, piccante, mettici tutto”.

“Un falafel”, disse lei. A te venne una specie di illuminazione, e volesti fare il figo: “Ma… sei vegetariana?”.

“Peggio, molto peggio”, rispose lei in un barlume di consapevolezza. “Che cosa conosci oltre i vegetariani?”.

“I vegani!”, dicesti tu, col sorriso da primo della classe. “Esatto”, fece lei. Non lo immaginavi neanche, in che casino ti stavi cacciando.


“Patata, oggi è stata proprio una bella giornata, abbiamo fatto un sacco di cose: stamattina siamo andati a prendere il caffè e tu ti sei mangiata tutta la panna della mamma, poi siamo andati ai giardinetti col triciclo, poi siamo andati a casa della nonna Bionda, poi siamo andati a prendere le pizze e per la prima volta tu hai avuto una pizza solo per te con tutto pomodoro come ti piace, adesso ce la stiamo mangiando… Ti è piaciuta questa giornata?”

“Ancòra”



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