Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: ottobre 2011

Ah, il magico mondo dei bambini, dove realtà e fantasia si confondono, si sovrappongono, si identificano…

Il tormentone di quest’estate è stato il film Up!: comprato in fretta e furia in un’edicola di Munnezza Town prima di partire per Il Paese, ovvero quel magnifico e agognato posto dove non c’è inquinamento, non c’è rumore, non c’è stress non c’è gara non c’è pressione sociale, ma soprattutto non c’è internet. E come facciamo a farle vedere i cartoni, dato che non c’è manco la tivvù? Beh, vi siete detti tu e mamma Soja, compriamo un dvd. Un lungometraggio, per la prima volta: quasi due ore di una storia lunga, complessa, con emozioni in gioco, e pure un po’ di cazzimma. Naturale quindi l’orgoglio che ti ha esaltato quando ti sei reso conto che Patata, tarata sui 5 minuti 5 della Pimpa, se lo è bevuto tutto di fila dalla seconda volta che l’ha visto.

All’orgoglio è subentrato il terrore, perché Up!, da lei ribattezzato “Il vecchiétto” veniva richiesto nei momenti più inopinati – tipo mezz’ora prima di andare al mare, o alle 11 men’un quarto di sera, quando avrebbe già dovuto essere a letto da mo’, e tu a farti il conto: dunque undici più un’ora e trenta fanno mezzanotte e mezza… no no! – perché giustamente a due anni e nove mesi mica vuoi pretendere che abbia il senso del tempo. Veniva richiesto al grido belluino e reiterato di “Mifài vede’ ivvecchiétto? Mifài vede’ ivvecchiétto? Mifài vede’ ivvecchiétto?”, e la sola cosa più difficile di dirle no prima, era riuscirla a staccare una volta iniziato il film.

E ovviamente dopo la decima visione in dieci giorni, sono iniziate le citazioni, quelle frasi che tu rimani un attimo sbalordito prima di capire che sono riprese paro paro da lì. Florilegio: “L’avventura è laggiù!”, “Andiamo in Sudamerica?”, “Beccaccino… beccaccino!” (battendo le mani), “E questo è il mio gippiesse… bi bi bobi bo… con questo non possiamo mai perderci!” (maneggiando un qualsiasi aggeggio vagamente rettangolare), “Io sono Lasselle (Russel), tu sei ivvecchiétto” (grazie). E allora tu pensi, anche con un po’ d’invidia, a quello che ti hanno sempre detto: che i bambini non distinguono favola da verità, che per loro tutto è possibile, il vecchietto potrebbe entrare dalla porta da un momento all’altro, come un piatto di pasta potrebbe materializzarsi nel frigo al solo desiderarlo, anzi me ne dai una forchettata?

Poi l’estate è finita, il rientro a Ciudad del Norte è coinciso con la riappropriazione del web, e con la scoperta di nuovi cartoni, qualche giorno fa Patata ha anche imparato a scrivere la sua prima parola, ovviamente non con carta e penna ma sulla tastiera del pc, e altrettanto ovviamente la sua prima parola è stata YOUTUBE. E insomma il vecchietto è finito un po’ in soffitta, anche se ogni tanto lo nomina e una volta ve lo siete pure rivisto. Quando ieri lei ha detto qualcosa relativa al Sudamerica e all’avventura, a te per l’ennesima volta ti è venuta la voglia impossibile di stare dentro la testa di un bambino piccolo, di vedere il mondo con i suoi occhi, di percepire la realtà aumentata senza droghe o gadget. Le hai chiesto: Patata ma dove sarà secondo te adesso il vecchietto? E’ ancora in Sudamerica, o è tornato a casa con Russel? Dov’è? E lei, con tono scandalizzato: E’ nel compiutel! Papà, quello è un cattone! E’ un film!

Annunci

La legge di Murphy spiegata da tua figlia: nei giorni feriali quando tentate di svegliarla prima delle nove, con rumori baci aperture di tende e altri fastidi, si gira sbuffando e infila la testa sotto al cuscino, tanto che puntualmente la colazione salta ed è tutta una corsa per arrivare al nido entro le 9,30. Arriva il weekend, finalmente potete farla dormire finché vuole (e dormire voi!): alle 8,20 è già tutta canterina e dice che ha fame e vuole giocare. Così ieri, e così stamattina.

Ma perlomeno oggi ne potevate approfittare, e partire subito per la montagna dove vi aspettava la sua amica Morena e i genitori. Invece mamma Soja ha deciso che dovevate portare un dolce e si è messa a fare la torta di carote biologiche (mica le schifezze dei supermercati!). Risultato, siete partiti alle 11 e un quarto, tu ti sei incazzato per tutte quelle ore di sole e di aria pura perdute, poi ti sei sentito uguale a quello scassambrella di tuo padre e ti sei incazzato con te stesso per il vizio di vedere sempre il lato negativo, poi Patata in macchina si è addormentata, tu ti sei perso nelle valli e ti sei incazzato perché stava andando tutto storto. Poi siete arrivati.

Morena, l’amica di Patata che ha due giorni meno di lei (anche se per peso e altezza è sempre sembrata, più che la sorella maggiore, la zia), vi aspettava con la mamma in giardino: “Andiamo a prendere le erbette spontanee per fare la frittata”. Patata si è svegliata allegra, il sole il verde il paesino diroccato, insomma è iniziato l’idillio bucolico.

Che è durato più o meno fino a sera, quando avete dovuto trascinare via Patata che frignava “Ancora! Ancora l’erba!”. Ma l’highlight della giornata è stato un altro. Durante il pranzo, a un certo punto le due fringuelle si sono alzate dal loro tavolino (il tavolo dei bambini, quanti ricordi! ti sembra ieri che ti sei conquistato il diritto a non starci più tu) e sono andate a giocare in camera. Per la prima volta interagendo veramente, passandosi i giochi, intavolando dialoghi (surreali anziché no, tipo Patata che nel silenzio totale chiede: “Che cos’è quesso rumore?”. E Morena, indicando il lampadario: “Quèlo”. Patata: “E’ tuo quelo?”. “Sì”. “Ma poi lo pegni?”. “Sì”. Chiosa patatesca: “E’ motto bello!”).

Ma insomma. Non dovete starle dietro con la paura che si spacchi la cabeza. Soprattutto, non è lei che viene a cercarvi dopo cinque minuti. Per un po’, tutti e quattro spiate nella camera, traboccanti di orgoglio e ammore e melassa, facendo commenti profondi come “oh guarda si sono parlate”, “oh senti si aiutano a vicenda”. Poi vi rendete conto. Panico. E’ Soja a cavarvi fuori, come sempre, con una battuta che però può mettervi davanti all’horror vacui: “Ok, adesso stiamo dieci minuti senza parlare né alle bambine né DELLE bambine. Anzi, parliamo a turno di un fatto nostro, un fatto da adulti”. Parte il giro, e ovviamente ci si salva in corner con l’argomento lavoro.

In corner un corno: per fortuna il gioco si disperde prima che il giro arrivi a te. Ma il momento della verità è solo rimandato: qui sarà il caso di prepararsi un solido tema da discutere. O di rimettersi seriamente a lavorare. Oppure, di mettersi a farne un altro.


– Papà, ho paùla!

– E’ giusto, tesoro, che tu abbia un po’ di paura, perché in questa parte del cartone animato che stiamo vedendo c’è un conflitto tra due personaggi, e la tua paura dimostra la tua capacità di empatizzare, di cogliere le emozioni rappresentate e di reagire in modo adeguato, consono e proporzionato con le tue stesse emozioni, per cui…

– Papà, ho paùla del MOSTO!



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: