Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: maggio 2012

Ma ce n’era proprio bisogno? Di un altro blog, in generale. E in particolare, di un altro blog di genitore impazzito d’amore e di sonno e di lavoro. La verità è che questo blog lo vai scrivendo da tempo, più di un anno (e ti fai quasi tenerezza a rileggere il primo post che nun se scorda cchiù). Anche se in modo saltuario. E soprattutto in modo clandestino: finora è stato una specie di diario personale, non lo hai detto a nessuno che esisteva, se non a mamma Soja. Una specie di album dei ricordi, gli altri fanno le foto, tu scrivi.

D’ora in poi, invece, continuerà ad essere una specie di diario personale. Ma aperto a chi ci vuole passare: prego accomodatevi, benvenuti a casa nostra, mi chiamo Solo papà, abito a Ciudad del Norte da sette anni ormai, convivo more uxorio con mamma Soja. E c’è Patata, che a quest’ora sta per tornare dall’asilo. Per cui molto probabilmente nel giro di qualche minuto il pc sarà requisito dai cartoni. Ciao, a presto.

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Crescere (insieme a) un figlio significa sperimentare di nuovo il senso dell’inizio. Riscoprire il mondo attraverso i suoi occhi; rivivere – indirettamente, ma con in più la consapevolezza – una serie di prime volte. La prima parola, il primo passo, la prima cacca senza pannolino (no, non nel vasino: in mezzo agli alberi, quella selvaggia), la prima pappa mangiata da sola, il primo giorno di asilo. Ovvio. Ma anche la prima capriola, la prima volta al mare, la prima volta che – a solo un mese – ti ha guardato e sorridendo ti ha dato l’impressione, la certezza di averti riconosciuto. E poi la prima volta sullo scivolo, la prima telefonata in cui ti ha parlato, la prima volta che ha manovrato il mouse e cliccato sul cartone che voleva, la prima volta che ha fatto una battuta con ironia volontaria. La prima volta in piscina, a soli tre mesi e già nuotava appoggiandosi a un galleggiante; la prima volta in piscina con i braccioli, felicissima di sgambettare nel vuoto; la prima volta che con le punte dei piedi, bassina com’è rispetto alla media dei suoi coetanei, ha finalmente toccato il fondo della piscina.

E poi un giorno la piscina finisce: quel giorno è domani. Per una serie di circostanze – a giugno non ci andate perché state due settimane fuori e non conviene pagare il mese, l’anno prossimo ci andrà forse con l’asilo, e poi vorrebbe cambiare sport, dopo una serie infinita di acrobazie casalinghe è in programma la scuola di ginnastica e di circo – ti sei reso conto che domani quasi sicuramente è l’ultima volta: del mese, dell’anno, di sempre. Perché anche se a metà dell’anno prossimo decidesse di tornare indietro, forse sarebbe già nell’età per entrare in acqua da sola. E non più con un genitore, cioè con te, come ha fatto praticamente tutte le settimane da tre anni e tre mesi. Fine, stop. Mai più in piscina con tua figlia. Lei naturalmente non ci pensa. Ma tu sì.

Crescere insieme a un figlio significa sperimentare di nuovo il senso della fine.


– Cos’hai fatto oggi Patatina? Lo racconti alla tua nonna?

– Sono andata all’asilo e poi a nuotale in pissina.

– Oh poverina, sarai stanca morta!

– No, uffa! Io non sono motta!

—-

– Guarda piccola, Biancaneve parla con gli uccelli!

– Mamma io volevo essele un uccellino.

– Eh… chi non vorrebbe essere un uccellino…

– Nadia! La mia amica dell’asilo: lei vollebbe essele un LEONE!


La merenda di oggi: omogeneizzato di merluzzo e carote, tè al caramello corretto al latte di soia.


– Patatina ti è piaciuta questa gita, questa nuova regione che abbiamo visitato?

– Sì, bella, la Val da Hostess!



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