Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: giugno 2012

Puoi aver assunto tutte le droghe psichedeliche esistenti, aver praticato l’ipnosi e la libera associazione del pensiero, aver studiato l’inconscio e le macchie di Rorschach, aver letto Beckett e i surrealisti. Ma non sarai mai veramente pronto a un dialogo con un bambino di tre anni e 7 mesi.

– Patata lo sai che oggi è l’ultimo giorno di asilo? Poi dalla settimana prossima c’è la scuola estiva, ma ci vengono solo alcuni tuoi compagni, gli altri li devi salutare oggi.

– Oggi esco all’unaemezza?

– Sì oggi ti viene a prendere la mamma dopo la pappa. Ma dicevo, lunedì inizia la scuola estiva.

– La scuola estiva significa uscile all’unaemezza?

– No Pata, significa che è lo stesso asilo però d’estate, con meno bambini. Alcuni andranno in vacanza o staranno a casa, altri come te faranno ancora tre settimane all’asilo.

– La scuola estiva è quando vengono i bimbi che non sono mai stati all’asilo?

– Eh? No, quello succederà l’anno prossimo, quando tu sarai mezzana e arriveranno i nuovi piccoli, per loro sarà il primo anno.

– L’anno pRossimo? Ma non è così tanto tempo!

– No, in effetti hai ragione, non è tra un anno, è tra qualche mese, dopo l’estate.

– Dopo che sono andata a vedele gli stRuzzi?

– Come? Ah, dici il bioparco… sì quello ci andiamo un giorno di luglio. Ma poi deve passare tutto agosto, quando andiamo a Paesino come gli anni scorsi, ti ricordi, con i nonni?

– Ma non i nonni di Munnezzasiti, velo?

– Certo, proprio loro! Andiamo prima a Munnezza City con l’aereo e poi in macchina a Paesino, te lo ricordi? Sta in montagna ma si va quasi tutti i giorni al mare… stiamo in quella casa grande grande con gli archi…

– Eh, ma anche nelle attRe case ci sono gli acchibaleni!

– Come dici scusa?

– Gli acchi baleni. Quelli gRandi, stanno in cielo. Hai visto che me lo ricoddavo?

– Okay Patata, mi arrendo, hai vinto tu.

– Cosa ho vinto? Cosa mi compRi?

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Il Salento era in forma spettacolare come al solito. Voi un po’ meno. Perché neanche siete arrivati e Patata si è ammalata. Si è ripetuto lo schema che ha afflitto questo primo anno di asilo (ma non aveva già fatto gli anticorpi al nido l’anno scorso? eh, ma lì era una classe di 10 bimbi, qui sono 4 sezioni di 30, per un totale di 120 bombe batteriologiche vaganti), lo schema che per tutto l’inverno e oltre si è ripresentato con spietata cadenza mensile. Ecco la sequenza fissa:

  • Il primo giorno Patata si lamenta, fa più resistenza del solito a mangiare, dice che le fa male a ingoiare, voi pensate a un capriccio.
  • La notte si sveglia, è calda, ha la febbre alta: aveva ragione, genitori senza pietà.
  • Cuore di mamma Soja va in panico, pensa subito alle peggiori patologie, e non c’è modo di stopparla sul nascere, perché ovviamente se siete a casa la cosa capita nel weekend, mentre qui non c’è bisogno neanche di quello: il villaggio ha un presidio medico, addirittura, ma siccome la stagione è appena iniziata il giovane dottore non tiene ancora nessuna medicina, nemmeno la tachipirina per abbassare la febbre, nemmeno il termometro per misurarla.
  • Day after, recuperata un minimo di attrezzatura sanitaria, inizia la cura, di soli antinfiammatori, con annessi programmi a breve scadenza da parte vostra, genitori ansiosi di normalità: “se stasera è sfebbrata domani la portiamo già un po’ al mare” (versione cittadina: “all’asilo”).
  • Ma la febbre non passa, compaiono piccole placche in gola (le “plastichette”, Patata dixit), si passa agli antibiotici (“la medizina bleah”).
  • Intanto i giorni passano, aumenta il vostro sconforto: se a Ciudad del Norte febbre è uguale niente asilo uguale niente lavoro per voi genitori freelance; al mare febbre uguale niente mare, pure peggio.
  • Appena lei sta un po’ meglio – tra l’indifferenza eziologica della scienza medica (“Che cosa ha? Mah, un virus, una roba che sta girando, anzi no un batterio, che poi approfitta della debolezza, sapete com’è…”. No) e la saggezza popolare che punta il dito accusatore (di solito incarnata da Nonna Iaia, ovvero tua madre, la classica mammameridionale, ma stavolta che lei è stata tenuta volontariamente all’oscuro di tutto, ben interpretata dal romano Nonno T: “le avete fatto prendere freddo!”, “l’avete vestita troppo/troppo poco!”, “l’avete subito buttata a mare appena arrivati”, fino all’apoteosi dell’incongruo “le date da mangiare solo schifezze!”) – appena sta un po’ meglio, bum, ti viene la febbre a 39 a te, con annesse notti sul divano e definitiva esplosione del caos familiare.

E così se n’è andata la prima settimana e qualcosa, perché è vero che siete genitori moderni, non come i tuoi che dopo un giorno a 37 ti facevano stare a letto una settimana, però, per non rischiare avete seguito le indicazioni del giovin dottore (ma sarà almeno laureato? hai visto sul tavolo un libro con i quiz… speriamo che siamo quelli per la specializzazione), che schiacciato dai sensi di colpa perché vi stava rovinando la vacanza, mormorava appena: di stare attenti al sole, di non farle fare assolutamente il bagno, di non portarla in spiaggia che c’è vento. No sole, no mare, no vento: e che Salento è?

Una tristezza. Mitigata solo dalla beata inconsapevolezza di Patata, la capacità naturale che ha lei (che hanno tutti i bambini) di vivere nel puro presente, senza dispiacersi del passato, preoccuparsi del futuro, rimpiangere un presente alternativo. Non puoi fare a meno di notarlo ogni volta che sta male: che si lamenta e piange e urla solo nei 5 minuti o mezzora che proprio sente dolore, mentre per il resto della giornata, che un adulto trascorrerebbe triste e mogio, lei febbre o non febbre zompa canta e balla. L’unica cosa che ti trattiene, dall’abbandonarti al rimpianto e all’incazzatura per i giorni di vacanza sprecati, è vedere lei felice e spensierata arrampicarsi su uno scivolo alto il doppio di te, o organizzare nel giardinetto dietro casa un picnic a base di cracker e nesquik, è vedere che per lei non è una vacanza sprecata.

Certo, una volta che siete passati davanti al vialetto che porta alla spiaggia, lei ha detto “dài andiamo, ci bagniamo solo i piedi”; e un’altra volta, che tu l’hai anticipata dicendo che i piedi non ve li potevate bagnare, lei ha risposto “no no, ci buttiamo piopio dentlo!”. Una stretta al cuore. Mitigata solo dai risvegli notturni di Patata che, febbre o non febbre, tachipirina o meno, hanno prodotto dialoghi come questo:

– Dai papà, andiamo di là dai nonni?

– Pata ma stanno dormendo! Come dovremmo fare noi…

– Ma io non ho sonno! Facciamo un gioco bellissimo?

– Ehi, sono le quattro di notte…

– (riflette, poi ricominciando a saltare nel lettone sfodera l’arma fine-di-mondo, la proposta che ti fa sempre contento) Telefoniamo a nonna Iaia?

A quel punto la cosa che ti trattiene, dall’assestarle una botta in testa per farla riaddormentare all’istante, veramente non lo sai qual è.


– Papà, ma chi è quella vecchia?


I cambiamenti drastici non ti sono mai piaciuti (da bravo Toro, direbbe mamma Soja), ma stavolta hai fatto un’eccezione (sulle cui motivazioni ci sarebbe da indagare, direbbe uno psicologo). Per cui via il barbone chilometrico che da prima di Natale ti affollava la faccia. E a questo punto sei andato anche a farti i capelli. Sei tornato dal parrucchiere di Ciudad del Norte dov’eri andato già qualche mese fa, per la prima volta, recidendo un altro pezzo di cordone ombelicale con Munnezza city: sì perché nonostante tu ormai abbia compiuto i 10 anni di emigranza, il barbershop che frequentavi, approfittando del fatto che comunque andarci più di tre volte  l’anno per te è assurdo, era sempre quello del mitico Donnantonio, lo stesso dove tuo papà ti ha portato da bambino quando andare dal parrucchiere di mammà iniziava a diventare ridicolo; Donnantonio che a sua detta di mandava il fluido, grazie al quale ti sei laureato, e hai trovato lavoro (poi l’hai perso ma questo al barbiere non l’hai detto, se no il fluido si offende), e hai messo su famiglia, e insomma ti è andata sempre bene finora, perché ti è andata bene, no? Poi Donnantonio è andato in pensione, dopo settanta anni a lavorare in piedi, il barbershop è passato al figlio, e tu l’hai preso come un segnale: tanto, non sei mica tu che l’hai tradito. Il nuovo barbiere, anzi parrucchiere per donne e uomini, sta a cinque minuti da casa, il che sempre per il Toro di cui sopra è un punto tutt’altro che trascurabile. Ieri ti ha guardato con un luccichio negli occhi e ha detto: Li facciamo corti? Facciamoli corti corti dài. Ti faccio un taglio bello aggressivo. E tu hai pensato, beh la prima cosa che hai pensato è V.M. 18, poi hai pensato ma sì, taglio estivo, stiamo freschi e mo’ che andiamo al mare si asciugano subito. Risultato, stamattina il vicino di casa e l’edicolante non ti hanno riconosciuto.

Patata sì. Temevi il suo giudizio forse anche più di quello di Soja, e soprattutto ti ricordavi che una volta, ma sarà stato che non aveva neanche due anni, ti eri fatto una rasatura più decisa e lei veramente ci aveva messo un pomeriggio per riconoscerti, e due o tre giorni per abituarsi all’idea. Stavolta invece quando le hai detto “ma lo sai che non sono papà, sono uno che gli somiglia?”, lei ti ha guardato sorridendo, anche se si è premurata di aggiungere: “Noo, sei papà Solo, velo?”. Ma Soja voleva qualche commento in più e ha iniziato a farle domande:

– E allora, che ne pensi di questo bel papà? Hai visto che si è fatto anche la barba?

– Ma mamma! Non si è fatto la babba! Se l’è tolta!


Non lo avresti mai detto, che eri in grado di prenderti cura di un altro essere vivente. Figurati, pensavi, non sei in grado di prenderti cura neanche del basilico sul davanzale, hai il pollice talmente nero che sei riuscito a far appassire persino due piante grasse, quelle che non hanno bisogno di niente, a stento di un po’ d’acqua e di essere guardate ogni tanto: tu manco quello, mica come tuo padre che a ottantaquattro anni si muove a fatica ma l’unica cosa che lo fa alzare dalla poltrona è annaffiare e curare quei duecento vasi di gerani e felci e peperoncini e chissà cos’altro che tiene fuori al balcone. Figurati, pensavi, è per questo che non hai mai voluto neanche un cane, che l’unica cura che vuole è un po’ d’affetto e due-tre pisciatine al giorno. Non lo avresti mai detto, che potevi prenderti cura di un altro essere vivente.

Perché un essere vivente non è mica un soprammobile che lo lasci lì, non è mica una chitarra che puoi anche non suonarla per due settimane, e non si offende. Un altro essere vivente, quando lo accogli nella tua casa, ha bisogno di cura. Ha bisogno di calore, di nutrimento, anche se all’inizio è poco più che un grumo di cellule. Tu non ci credevi, di esserne capace. E i racconti degli altri, quelli che ci avevano provato, che ci erano riusciti, ti lasciavano scettico: tutto quell’entusiasmo ti pareva anche un poco ridicolo. Prima.

Poi, il miracolo è accaduto. L’essere vivente è arrivato, e anche se è stata un’altra persona a donartelo, tu subito l’hai sentito tuo. Da quando l’hai portato dentro casa, reggendolo tra le braccia con delicatezza, minuscolo essere tutto infagottato per evitare gli sbalzi di temperatura. E che timore, che emozione vederlo crescere ogni giorno, prima con il tuo aiuto, poi sempre più da solo. Che realizzazione, che esaltazione nutrirlo, dargli tutto quello di cui ha bisogno, proteggerlo, massaggiarlo, riservargli le cose più genuine, il posto più comodo. Che stupore, non dimenticartene mai.

Un essere vivente: a volte lo guardi e non lo capisci, ti sembra un alieno; altre volte hai l’impressione che sia sempre stato lì, e come facevamo prima, come potevamo stare senza. E che preoccupazione, che ansia, le volte che ti sembrava stare male, o che pareva non crescesse, non abbastanza. Ti senti speciale, come uno che custodisce un segreto, come uno che è stato iniziato a un culto, anche se lo sai che milioni di persone l’hanno fatto prima di te, nel passato, e anche oggi. Un essere vivente, con tutte le sue imperfezioni, che modestamente pian piano stai riuscendo a correggere, ma così unico, così tuo.

Perché è un membro della famiglia a tutti gli effetti ormai. È un essere vivente senza ombra di dubbio il blob di batteri che fermenta nel frigo, il lievito naturale che ogni volta che vuoi ti consente di sfornare un croccante, profumatissimo pane fatto in casa.


– Patata lo sai che la settimana prossima andiamo al mare?

– Evviva! Dopo questo gionno?

– No, non domani. Tra sei giorni.

– Adesso, andiamo al male?

– No-o!. Dopo questo giorno, dopo un altro giorno ancora, e poi un altro, insomma dopo un sacco di giorni.

– Uffa, non è giusto, io volevo andale dopo questo gionno! Andiamo?

Che il senso del tempo fosse una cosa difficile da acquisire te lo aspettavi, ma non pensavi così tanto. A tre anni e mezzo Patata sa contare fino a tredici (vabbè, ogni tanto salta il sette, le sta antipatico, chissà perché), sa usare i congiuntivi meglio di te (vabbè, non è che ci vuole tanto), sa muovere il puntatore e mettersi i cartoni su youtube (vabbè, questo da molto prima di tre anni e mezzo). Ma rispetto al tempo, non va oltre la sequenza ieri-oggi-domani. Nel senso che tutto quello che è successo prima della nanna della notte scorsa è ieri, e tutto quello che è previsto per dopo la nanna della notte prossima è domani. Anzi, dopoquestogionno.

E va bene, i bambini vivono nel puro presente, beati loro. E va bene, già al nido ti avevano avvertito che uscire alle 13 si traduce “dopo la pappa” e uscire alle 16 si traduce “dopo la nanna”. Però al nido aveva manco due anni. E non c’è verso di legare il tempo alle stagioni, il Natale e il suo compleanno alla neve e simili: l’unico risultato che hai ottenuto è che, all’inizio di quest’anno, quando aveva appena incominciato la scuola materna e tu ansioso la mitragliavi di domande (sì, proprio quelle che quando te le facevano i tuoi genitori non le sopportavi, genere “che hai mangiato?”, “che avete fatto in classe?”, “come si chiamano i tuoi compagni?”) e lei ovviamente muta, alla tua domanda diretta “ma quando mi racconterai qualcosa dell’asilo?” rispose serafica: “quando viene la neve!”. E così è stato.

Non c’è verso di farle passare le mezzore davanti al calendario, come fa mamma Soja, contando i giorni a uno a uno e cerchiando o disegnando quelli con gli appuntamenti importanti, tipo le feste o le partenze. Viene sempre il momento in cui se ne arriva tutta sorridente in piena estate e fa: “dopo questo gionno è il mio compleanno?”. Ok, viva il mondo lisergico dei bimbi, però dover dare la stessa risposta per dieci volte di fila in dieci secondi può essere molto snervante. Quando tocca a te. O molto divertente, quando tocca agli altri.

– Tatina, non si trova un pezzo di questo gioco. Di’ alla tua nonna, quand’è l’ultima volta che l’hai usato?

– Eeee… la settimana pRossima!


– Papà me lo prendi?

– Sì un moment… ehi, aspetta, come hai detto? Ripeti per favore!

– Me lo pRendi?

– Hai detto “pRendi”! Non “pendi” o “plendi”. Hai imparato a dire la erre!

– Evviva! So dile la elle? Yeah! Ho impalato?

– Ehm… più o meno. Vediamo: prova a dire “brava”.

– Eee… bRava.

– Ok. Adesso dici “ramarro”

– Amallo.

– Perfetto, come pensavo. La erre è più facile appoggiarla a un’altra consonante, che dirla da sola. Comunque stai imparando, ci sei molto vicina, brava! E lo sai una cosa? La erre è l’ultima consonante che si impara, quando saprai dire quella le avrai imparate tutte.

– Tutte tutte? SapRò dile tutte le lettele? Come un gRande?

– E già…

Ora, c’è da dire che tu, Solo papà, hai verso il trascorrere del tempo un atteggiamento abbastanza pacificato, quando si tratta del rapporto con tua figlia. In generale no: il tempo ti tormenta, gli anni passati, soprattutto presi a gruppi, ormai a decenni, ti angosciano; ti angosciano gli anni futuri e l’inafferrabilità del presente; il trascorrere del tempo, simbolo ovvio ma non per questo meno vero di quello che ci aspetta alla fine, ti tormenta. Ma rispetto a Patata no, miracolo. Ti sembra che ogni periodo abbia la durata giusta, ti sei goduto ogni fase, dalla neonata che non ce la fa manco a tenere la testa su, ai tre anni e mezzo delle aclobazie, anzi acRobazie. E per ogni cosa divertente che non farà mai più (tipo invertire le sillabe dicendo poto invece di topo) ce n’è un’altra più spassosa che ha appena iniziato a fare (tipo disegnare le facce con i baffi, chissà perché). Non sei di quei genitori che, come una tua amica di Munnezza City, dicono stressati “crescono troppo in fretta!”; forse perché grazie alla condizione di disoccupato, pardon free-lance che fa home-working, sei potuto starle vicino più di ogni altro papà, e probabilmente anche di molte mamme, senza avere la paranoia di perderti passaggi importanti. Ma non sei neanche di quelli che non vedono l’ora che crescano, che ci si possa ragionare “da adulto a adulto”, che ritengono l’infanzia solo una fase di passaggio, di imperfezioni da correggere per diventare grandi: quelli che li vedi subito, quando sbuffano spazientiti ogni volta che un bambino fa una cosa, guarda caso, da bambino. Per te i bambini sono esseri speciali, venuti da un altro mondo e che per un po’ obbediscono più alle logiche di quel mondo che di questo; esseri da curare, certo, ma da non irregimentare subito. Perciò un pochino ti dispiace, che già sappia parlare “come un grande”, che padroneggi la pronuncia di tutte le lettere dell’alfabeto…

– Quando sapRò dile la elle avRò impalato tutte le lettele? Tutte tuttissime?

– Eh insomma, qualcuna manca. Prova a dire “ü”.

– Iu!

– No, devi mettere la bocca come la U però dire I.

– Iii!

– No no, niente da fare. Non ci siamo con la “ü”. Sarebbe la Y greca, la ypsilon.

– Ispilon, iSPilon!

(Sorriso. Sospiro.)



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