Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: novembre 2012

Perché noi – intendo noi grandi, fa strano dirlo ma è così – noi e i bambini all’apparenza viviamo nello stesso posto e respiriamo la stessa aria, ma in realtà siamo come le due famiglie in The others: condividiamo uno spazio fisico ma stiamo su due piani paralleli, in due mondi diversi, governati da diverse leggi, una diversa logica.

– Patata, sabato è il compleanno della tua amica Morena e non abbiamo ancora comprato il regalo, ci dài un consiglio? Cosa potrebbe piacerle o servirle?

– Beh… visto che nella sua casa ha tanti, tantissimo giochi… pensavo…

– Un vestito, giusto? Brava, bella idea. Perché di giochi ne ha già tanti e un vestito può esserle utile…

– No! Un gioco! Pecché significa che le piacciono.

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4 anni fa eri così piccola e leggera che potevo tenerti in una mano
oggi ti ho strappato la promessa che in braccio si va solo in caso di necessità estrema, se no addio schiena di papà

4 anni fa tenevi gli occhi piccolissimi e serrati
oggi li hai spalancati sul mondo sulle persone sulle cose (e sui cartoni animati)

4 anni fa riuscivi a stento a spostare una gamba a chiudere una manina
oggi ti arrampichi sulla spalliera del divano e poi ti lanci a testa in giù facendo la capriola in aria

4 anni fa ti vestivamo e spogliavamo come un bambolotto
oggi non solo hai imparato a infilare pantaloni e calzini dal verso giusto, a chiudere i bottoni, a girare una maglietta rovesciata, ma sei anche la sola che può scegliere i colori e gli abbinamenti

4 anni fa ti cambiavamo il pannolino davanti a tutti
oggi per certe cose pretendi una privacy assoluta

4 anni fa ti chiamavamo patata, cipolla, zeppolina, quek
oggi guai a chi non ti chiama per nome e cognome così come registrati all’anagrafe (e sono vietati anche diminutivi e vezzeggiativi)

4 anni fa eri terrorizzata dal bagnetto, anche se breve in vasca piccola e a temperatura corporea interna
oggi nuoti senza braccioli, bisogna tirarti fuori dal mare dopo tre ore, e convincerti che i tuffi di testa nella vasca di casa non vengono tanto bene

4 anni fa ciucciavi qualche goccio di latte di mamma, e quello era mangiare e bere e consolazione e medicina
oggi hai la passione per gli anacardi, il salame di cinghiale e il sautè di vongole

4 anni fa non avevi visto niente del mondo se non le pareti della nostra cameretta
oggi hai preso l’aereo più volte di quante l’abbia preso io finché non sei nata tu

4 anni fa non sapevi neanche chi ero
oggi mi hai detto che mi vuoi bene da qua fino alla fine del mondo

Quattro anni sono un tempo infinito, considerando quante cose importanti sono cambiate

4 anni fa ti piacevano le cose dai colori vivaci, il movimento, la musica brasiliana
oggi, anche

4 anni fa l’unica cosa che ti faceva veramente cambiare espressione e umore era sentire la voce della tua mamma
oggi, uguale

4 anni fa avevi già le idee precise su quello che volevi fare in ogni momento della giornata, e se non venivi assecondata ti facevi capire a strilli e pianti
oggi, lo stesso

4 anni fa ti addormentavi solo sdraiata accanto alla mamma, o cullata in braccio a papà
oggi, idem

4 anni fa pensai che eri la persona più bella che avessi mai incontrato, insieme a tua madre
oggi, penso che è proprio così

Quattro anni sono un tempo minuscolo, considerando che le cose importanti non sono cambiate per niente


C’è qualcosa che non va, pensi. Tua mamma voleva votare alle primarie. Del Pd. Poi alla fine ha desistito. Ma non perché si è resa conto della stranezza di questa sua intenzione da militante post-comunista, lei che per una vita ha votato Democrazia cristiana (che lei chiama non Dc ma semplicemente “democrazia”, come a dire che dall’altra parte ci stava baffone) e che solo la presenza di Berlusconi ha convinto a spostarsi a centro-pseudo-sinistra (ma non è lei, direbbe Gaber, sono i partiti che slittano). No, non è per quello che non andrà a votare. Ma perché non lo si può fare online. Qualcuno le deve aver raccontato della procedura per registrarsi, e lei ha pensato che su internet fosse possibile proprio votare. Quando le hai spiegato che non è così, c’è rimasta malissimo. “Io mi pensavo – ha detto testuale – che si poteva fare col computer”. C’è qualcosa che non va.


E poi il momento arriva. È arrivato già da parecchi mesi in verità, e il fatto stesso che ne parli solo ora la dice lunga sull’effetto che ti ha fatto. Il momento arriva, e quando arriva non c’è preparazione teorica che tenga, non serve esserselo immaginato, visualizzato, studiato.

C’è questa batteria di domande che D di Repubblica fa nelle prime pagine, una delle tante versioni del questionario di Proust (anzi D ne fa addirittura tre tipi): il divertimento è vedere a domande uguali come rispondono personaggi diversi, ed è anche un po’, ammettiamolo, far finta di essere famosi e immaginare come si risponderebbe. Una delle domande, sulla quale inevitabilmente ti soffermavi ogni volta (oltre a “Nel migliore dei mondi possibili dovrebbe essere abolita l’espressione?” – e ti senti figo nell’immaginare di rispondere: “Fame. Ma non la parola, la cosa”) è questa: “Un bambino le chiede: Perché si muore?”. E qui la tua fantasia si scatenava, tra la profondità banale del “Perché si vive” e il cinismo compassionevole di “Benvenuto nel mio mondo”.

Ora, si dà il caso che quel bambino esiste, è una bambina e ce l’hai davanti tutti i giorni. E quella domanda ha iniziato a farla con insistenza, non tutti i giorni ma quasi. Tra lo stupore del nonno T-come-tarantolato (“Si muore? Ma come le vengono in mente ‘ste cose? Ma chi glielo ha insegnato?”), e la sufficienza della nonna Bruna, tua mamma, che si agita per tutto tranne che per le cose per cui ti agiti tu (“Eh, tutti i bambini sono fissati con questo pensiero”, e lei di bambini ne ha visti in 40 anni di scuola elementare), tu resti in mezzo, paralizzato. Perché sono esattamente gli stessi pensieri che avevi tu, ed esattamente alla stessa età.

Né valgono gli encomiabili tentativi consolatori di mamma Soja: “Si muore quando si è molto stanchi e non si vuole più vivere”. Perché scatenano altre domande a cascata: “Io devo morire? Io non voglio morire!”. “Va bene, se non vuoi morire non morirai”, sembra mettere a posto le cose. Ma il giorno dopo, a tradimento (cioè quando la mamma non c’è): “Ma perché alcune persone muoiono e altre no?”.

Taci, cambi argomento, tenti di distrarla. Speri solo che, almeno questa fase acuta, le passi quanto prima. Perché a te, da allora, non è mai passata.


Ora sembra che ne vuoi fare una questione ideologica, che vuoi prendere la religione a pretesto per buttarla in politica (embè, anche se fosse? hanno iniziato loro!), e comunque nulla ti ha potuto trattenere dal toglierti un’innocente soddisfazione, nelle ultime settimane di ottobre, quando all’asilo Sacro cuore di Gesù fervevano i preparativi per Halloween, vestitino da scheletro zucche e disegnini vari, e tu ti sei presentato con la faccia contrita del baciapile a protestare: Ma insomma, maestra, queste feste Pagane!

Ma sta di fatto che i momenti più surreali della giornata hanno sempre a che fare con la sfera sovrannaturale. Tipo oggi in una metropolitana affollata come non mai, quando Patata ha iniziato a cantare l’ultima hit scolastica: “Io ho un amico che mi ama / Io ho un amico che mi ama / Io ho un amico che mi ama / Io ho un amico che mi ama (ad libitum)… Il suo nome è… (fortissimo) GESUUU’…”. E’ raro che, quando la gente si volta a guardarla compiaciuta per qualcosa che ha detto o fatto, tu non ti crogioli in un’espressione di orgogliosa sufficienza; è raro ma stavolta è successo.

O qualche minuto dopo, per strada, quando la figlia cattolica ha incominciato a gridare: “DIOOO…! DIOOO! MI SENTI?”. E allora il papà diabolico ha subito tentato di insinuare il dubbio: “Eh, veramente, com’è sto fatto che non ci sente mai?”. Ma Patata, più intenerita che scandalizzata: “E’ pecché lui sta su, in cielo”. Il diavolo deluso: “Ah, in cielo…”. E l’innocente: “Sì sì, lui… ha le ali!”.



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