Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: gennaio 2013

– Senti ma all’asilo hai fatto amicizia anche con qualche maschio quest’anno?

– Sì, con Giovanni.

– Ah Giovanni, è un bambino simpatico, vero?

– Eh eh, è quasi il mio fidanzato!

– Mi piace il “quasi”… E perché?

– Pecché quando io gli faccio così sulla spalla e gli dico fai il rutto, lui lo fa!

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Da bravo meridionale, hai sempre pensato che la preferenza per il sole, il caldo, l’estate, fosse una normale tendenza della natura umana. Ti sei sempre chiesto, per esempio, come sia potuto succedere che alcune popolazioni, fin da epoche remote e prive di comfort, abbiano colonizzato luoghi che chiaramente il padreterno non aveva destinato ai suoi figliuoli prediletti: la Groenlandia, la Siberia, l’Alaska, il Tibet… Hai sempre pensato, da meridionale classico, che tutti amassero il calore come si ama la vita. Fin quando, appunto, non sei andato a vivere al nord.

E ti è capitato di sentire il figlio di un tuo compaesano che, in una mattina gelida e brumosa, mentre voi bestemmiavate la nebbia che s’infilava sotto i cappotti e indicavate smarriti il nulla che vi circondava, diceva con tono flemmatico e accento piemontese: “A me piace”. O conoscere il collega bolognese che lavorava giù e che affermava convinto la bellezza assoluta di Napoli: “Ha solo un difetto, fa troppo caldo. Ma non d’estate, d’inverno. Perché quando fa freddo, deve fare freddo”. Per non parlare di mamma Soja, che la sua stagione preferita è l’autunno: l’autunno! Vale a dire il trionfo della decadenza e della muerte, almeno l’inverno è così estremo che peggio non si può, ma l’autunno, dài.

Insomma, da bravo meridionale e classico papà apprensivo, non ti saresti meravigliato che tua figlia, mezzosangue geneticamente ma di fatto nordica, fosse uscita con la stessa tendenza. Avevi sempre sospettato che la sua repulsione per il sole non dipendesse solo dal fatto di essere nata in pieno inverno in una casa al primo piano ed esposta a nord; che la sua impossibilità di vivere senza occhiali scuri dall’età di un anno e mezzo non fosse solo una questione di occhi chiari; che insomma fosse una vera e propria questione di scelta.

Per cui stamattina il tuo cuore di (papà) meridionale ha avuto un sussulto di gioia alla fine del seguente scambio:

– Papà, uffa, ma io non voglio mettere i pantaloni!

– E che vuoi mettere?

– Le calze voglio!

– Non si può piccola, fa freddo. Lo dici tu stessa tutte le mattine che senti freddo alle gambe.

– Ma io, non voglio i pantaloni!

– Vabbè, allora vuoi ammalarti? Vuoi avere la febbre, il naso che cola, vuoi prendere le medicine bleah? È questo che vuoi?

– No!

– E allora, che cappero vuoi?

– Voglio che sia estate!


A volte ti vorresti pure rilassare, al limite anche fregartene per un attimo, ma come si fa.

Perché è vero, essere papà è la cosa più bella che ti è mai eccetera eccetera, però non è sempre tutto un tripudio di sorrisi, giochi, abbracci e battute. Anzi, la giornata è costellata in maggior parte da piccoli scontri, capriccetti, desideri irrealizzabili, lagne, sbuffi, mini-doveri, scadenze obbligatorie, insomma tutto l’armamentario quotidiano che ti fa dibattere nell’eterna diatriba tra autorevolezza genitoriale e ammore paterno (i forse che aiutano a crescere?). E comunque non è nemmeno quello, perché a volte è una fatica anche solo la presenza.

Perché è vero che essere Solopapà non significa essere un papà solo, però avere una compagna freelance in carriera vuol dire stare in servizio permanente effettivo, essere pronto a coprire i buchi in qualsiasi momento, anche di sera in orari assurdi, anche di domenica (e pure ringraziando, perché coi tempi che corrono quando arriva un lavoro non puoi permetterti mica di eccetera eccetera – e d’altra parte è giusto così, almeno finché tu non sarai richiesto come lei) o di sabato, come oggi. Viene il momento in cui vorresti tirare il fiato, ma come si fa.

Perché se stamattina non erano ancora le dieci e già avevate fatto la colazione la cacca il gioco dell’oca l’attacchinaggio di figurine indovina chi e perfino il piccolo bricoleur che le è uscito alla pesca di beneficenza all’asilo e che essendo un gioco da maschi è proprio l’ultima scelta, può sorgerti spontanea la domanda: e mo’ che cappero facciamo? (Risposta: facile, iniziamo daccapo!). E allora, dopo una giornata tutta più o meno su questo tenore, arriva come un miraggio il momento in cui pensi che puoi rilassarti dieci minuti, ma quando mai. Il momento è quello del cartone animato.

Perché dopo aver passato l’infanzia a disprezzare tuo padre che disprezzava gli altri genitori dicendo “quelli piazzano i figli davanti alla televisione…”, adesso nonostante questo (o proprio per questo) tu ragioni più o meno allo stesso modo: i cartoni come scappatoia mai, te ne fai un punto d’onore, come se significasse ammettere che non hai risorse di fantasia o energia, e quindi solo come extrema ratio… Eccolo il caso estremo: è oggi.

Perché dopo essere riuscito non si sa come a giocare e cucinare contemporaneamente, e dopo averla rimpinzata fino all’orlo come nella miglior tradizione familiar-meridionale, sei stato tu (tu!) a proporle di vedere un cartone. E a pensare di poterti fare per un momento i fatti tuoi.

– Papà, voglio vedere il film di Barbie sotto il mare!

– Mhm… ma non è quello dove a un certo punto c’è la cattiva? Che tu mi chiami sempre perché hai paura, anche se sai che alla fine la cattiva perde, e a quel punto devo stare vicino a te finché non perde?

– Sì peRché?

– Ecco, perché adesso vorrei mangiare un attimo io senza dovermi alzare, non puoi vederne un altro di cartone?

– No dài, quello, ti pReeego.

– E se poi ti viene la paura?

– Me la tRattengo.

E allora come si fa.


Mamma, giochiamo al gioco della pRincipessa sul pisello che mi ha portato Babbonatale?

Sì, va bene.

Dàaai, ti pRego!

Ho detto ok, aspetta un attimo che lo prendo… senti, ma di cosa parla questo gioco?

Eeee… di una pRincipessa!

E poi?

Del pisello.

E che cos’è, questo pisello?

Eeee… quello di papà!



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