Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: ottobre 2013

Tu non è che pensi che tua figlia sia particolarmente intelligente, molto più sveglia degli altri, con tratti genialoidi. Vabbè, ammettiamolo: lo pensi, solo che il pudore – e quel barlume di raziocino che ti resta – ti trattiene dall’andarlo a sbandierare in giro.

(Come tutti i genitori, sei convinto che tua figlia sia un essere unico e assolutamente eccezionale. Come tutti i genitori, hai ragione).

Solo che, obbiettivamente, certe volte lei ti fa delle domande precise, pertinenti, e anche poste con estrema proprietà di linguaggio. Altre volte, invece, semplicemente ti chiede delle cose che ti lasciano senza parole, e ti fanno sentire uno stupido, o peggio. Il discorso può iniziare nella maniera più innocente e consueta:

– Papà, ma tu prima che io nascessi, volevi un maschio o una femmina?

– Eee… una femmina!

– E se invece ero un maschio? Mi volevi bene lo stesso?

– Ma certo, tesoro!

– E poi, quando sono uscita io?

– Be’, sono stato contento.

– Forse l’avevi chiesto alla madonnina, e lei ti ha ascoltato.

– Ehm, sì, certo… In verità, devo dirti, io alla “madonnina” avevo chiesto che arrivasse un bambino bello e sano. Poi che fosse maschio o femmina, era secondario. E quindi sono stato contento perché tu sei uscita bellissima, non è vero?, e sana.

– Cosa vuol dire sana?

– Non malata. Cioè, non che non si ammala mai, ma che non ha malattie gravi, capito? Tu ogni tanto hai il raffreddore, o la febbre alta o il vomito, ma poi ti passa. Non sei malata sempre, sei una bambina sana, questo vuol dire, capito?

– E se invece nascevo malata?

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– Senti Patata, devo dirti una cosa importante. Mi hanno chiesto di scrivere un libro su di te, posso farlo?

– (sottovoce) Sì

– Grazie! Ok allora gli dico di sì. Perché sul serio, se tu non mi davi il via libera io rifiutavo: visto che è un libro che parla di te, cioè in realtà parla di me rispetto a te, quindi di te, insomma di me e te.

– No! Deve parlare di me, te e mamma!

– Ma certo tesoro, non posso fare a meno di parlare anche di mamma…

– E poi ragazzi, quando esce e papà fa le presentazioni, ci vai anche tu Patata, vero?

– Sì certo…  basta che mettete sul palco una tenda, e poi un po’ alla volta ci fate dei buchi, perché io sono timida, ma solo all’inizio.

– Bene Patata, credo che papà sia molto contento di questa cosa. Poi magari puoi seguirlo, cioè man mano che lo scrive ti fa leggere dei pezzi, così tu gli dici se è giusto.

– No, io non lo voglio leggere, io lo voglio scrivere!

– Ah ok, affare fatto. Lo scriviamo insieme allora.

– Sì ma in un altro momento. Adesso sono impegnata. Gnam!

– Va bene, fai colazione con calma e quando vuoi…

– E dov’è?

– Cosa?

– Il libro! Questo libro che dobbiamo scrivere, dov’è?


Qualche giorno fa è stata una grande liberazione, condivisa anche da molti amici/lettori/colleghigenitori, leggere questo post di un altro papà, sul metodo pedagogico Ducdc. Per esemplificare se ne riporta un brano saliente (non senza raccomandarne caldamente la visione integrale):

Secondo me, l’unica novità che vale la pena seguire è il metodo Ducdc, di cui parla il blogger David Vienna. Le iniziali stanno per “datti una cazzo di calmata” e funziona così: non hanno preso tuo figlio all’asilo bilingue sperimentale? Datti una cazzo di calmata. Tua figlia è l’unica della classe che ancora dorme con il pannolino? Datti una cazzo di calmata. In tre anni non hai letto neanche un libro di pedagogia? Datti una cazzo di calmata.

Per usare il metodo basta seguire due semplici step: 1) Datti una cazzo di calmata. 2) Non c’è nessuno step numero due.

E’ vero è vero, ti dici ogni tanto, voi genitori vi fate troppi problemi. TU ti fai troppi problemi. E più vuoi fare il tipo sciolto e rilassato, anche per differenziarti dai tuoi genitori che erano – sono – un tantinello apprensivi, più senza volerlo ricadi ogni cinque minuti nelle stesse dinamiche. Ah no, ti dici orgoglioso, io mica stresso mia figlia per ogni sciocchezza senza importanza! “Patata ti sei lavata le mani? E allora come ti viene in mente di toccare i piatti dive poi metti il cibo che ti va in bocca, vuoi prenderti un’infezione? Avanti, fila in bagno, forza!”.

Ok ok, devi darti una calmata. Devi provarci. Però, pensi, dipende anche molto dal contesto in cui uno si trova. I parenti, le mamme e i papà degli altri. Per dire, sono settimane che il mondo circostante prova a farvi sentire genitori degeneri, perché non vi siete ancora attivati per la scuola elementare di Patata. Gesù, ma è una cosa che deve succedere TRA UN ANNO! E’ vero, ti dicono, però l’iscrizione va fatta molto prima. Uh madonna, vai a controllare subito su internet: macché, la scadenza è FEBBRAIO.

Vabbè che c’entra, ti ripetono, si deve scegliere la scuola, prima di iscrivercela. Andare a parlare, farsi dire quello che fanno, vedere se c’è la mensa e com’è, se c’è il tempo prolungato o no, se l’edificio è bello o cadente, come sono gli altri alunni (?), che attività extra fanno… Mica si può andare in quella più vicina, solo perché ce l’hai sotto casa, no?

E allora a te ti prende un empito di statalismo, ma proprio in stile sovietico, e vorresti che la scuola – almeno fino a quando non c’è scelta di indirizzo, classico scientifico tecnico – venisse decisa dall’alto, ognuno viene assegnato a una, e finita lì. Così magari si smetterebbe di lottare ognuno perché il proprio figlio vada in quella con gli insegnanti bravi o con meno immigrati, e si lotterebbe perché tutte abbiano insegnanti validi e una bella varietà di provenienze.

Ma soprattutto ti verrebbe da dire anche agli altri, amici parenti conoscenti e genitorialtrui: oh, datevi una cazzo di calmata.


Il nuovo corso che ha improvvisamente preso la tua vita, sono passate due settimane e ancora lo devi metabolizzare tu, figurati le donne di casa. E no, non si tratta di un lavoro, per carità. Però potrebbe diventarlo, e intanto comunque ti porta fuori di casa tutti i giorni dalle sette di mattina alle sei di sera, se va bene.

Patata è contenta perché così all’asilo l’accompagna la mamma. E poi comunque le piace il fatto che anche qualcun altro in famiglia vada a scuola come lei. Ma c’è dell’altro, perché secondo te ha capito molte più cose di quanto non voglia far credere. E che sia già entrata nel clima giusto lo dimostra il seguente dialogo:

– Patata, poi quando papà diventa bravo a fare le pizze, tu lo aiuti?

– Sì mamma, cosa posso fare?

– Eh, lui fa le pizze e tu ci metti le cose sopra, fai l’aiuto pizzaiolo

– No, io voglio fare lo scef!

– Ah, brava, siamo già a questo livello! Senti, ma lo sai cosa significa chef?

– Ma certo. Significa… il migliore!



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