Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: novembre 2013

A 5 giorni iniziasti a crescere. Prima c’era stato il calo fisiologico, che sarà pure fisiologico ma soprattutto se una è nata leggerina, come nel tuo caso, un poco di spavento vedendo che il peso scende ulteriormente, lo fa venire. Che poi, i neogenitori fino a una settimana prima non lo immaginano in che tunnel di paranoie stanno per entrare: sono pronti a tutto, alle nottate alle cacche ai biberon, sono pronti a tutto, almeno teoricamente, ma non alla crescita come performance, una performance tra l’altro che si può misurare ma su cui non si può incidere direttamente.

A 5 settimane buttammo via la bilancia. Nel mentre avevamo fatto in tempo a scoprire che ci sono delle tabelle da rispettare, per il neonato, poverino. E sono delle tabelle internazionali, valide per tutto l’orbe terracqueo: sono le curve di crescita dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, c’è addirittura l’Onu che si mobilita per te, piccina. Tu non solo eri in fascia bassa (c’è un altro bellissimo nome scientifico che i genitori imparano, ed è percentile: tu sei sempre stata attorno al decimo percentile, tradotto significa che su cento bambine ce ne sono novanta più grosse di te, e solo dieci più minute; però dato che non troviamo mai cento bambine tutte insieme, di solito in un gruppo – a scuola, ai giardinetti, a una festa – tu sei sempre la più bassina: e dove cappero sono le altre nove?) non solo eri in fascia bassa ma la tua curva non saliva più di tanto. Scattarono i giorni dell’angoscia: una, due, tre pesate al giorno, e con che precauzioni poi. Nuda, sì, sarebbe l’ideale, ma è inverno e prende freddo, poi si agita sulla bilancia e non ci viene bene. Vestita però devi sottrarre il peso della tutina del body e anche del pannolino, e se ha fatto pipì è bello pesante: 200 grammi da togliere, ma quanto cavolo pesano sti vestiti? E arrivammo anche al massimo della perversione, la doppia pesata, prima e dopo la sessione di allattamento, per vedere quanto avevi mangiato (30 grammi? Ma la pediatra ha detto almeno 60! Dài, ri-pesala. Piuttosto la ri-allatto…) somma sciocchezza perché non dipende solo dalla quantità di latte ma dalla qualità, dalla concentrazione di proteine che possono stare anche in pochi grammi. Però poi c’è la pediatra che ti giudica, e valuta la crescita (buona – normale – dubbia) e poi c’è la zia che dice di passare al latte artificiale, e l’ostetrica che consiglia di tirarlo alla mamma con un apposito meccanismo e provare a dartelo col cucchiaino… Finché i neogenitori o esplodono, o decidono che è più sano smettere di preoccuparsi, che al di là di tutto cresci, ti muovi, sorridi, interagisci. E la bilancia si incarta e si restituisce a chi l’ha gentilmente (o per liberarsene?) prestata.

A 5 mesi incominciasti a mangiare. Con leggerissimo anticipo rispetto ai sei mesi canonici di allattamento esclusivo, che noi con propositi integralisti avevamo stabilito di rispettare, iniziammo a proporti i primi cibi solidi – solidi si fa per dire. E furon succhi e furono pappine, poi furono più che altro cucchiaini. Volati per aria, ficcati per sbaglio nelle narici, mordicchiati da te per alleviare i fastidio dei primi dentini. Ma insomma, raramente usati per il loro scopo originario. Comunque sia, iniziò un’altra storia: quella che qualunque genitore, anche con il figlio più cicciottello e di buon appetito, conosce benissimo. La paranoia che la prole sia poco nutrita. Che ogni pasto sia equilibrato (tot carboidrati, tot proteine, tot verdure) va bene; che si faccia attenzione alla qualità delle materie prime (evitiamo gli omogeneizzati del supermercato, se non in casi di necessità, compriamo un omogeneizzatore, e attenzione, che non sia un normale frullatore, perché quello incorpora aria!) è giustissimo; ma la principale preoccupazione è quella della quantità. E questo nonostante io mi fossi ripromesso, anche quando l’idea di diventare papà era lontanissima sia in teoria che in pratica, di non ripetere l’errore dei miei genitori, che mi riempivano di cibo a orari prestabiliti e senza mai farmi venire davvero fame, col risultato che mangiavo sempre controvoglia, e comunque in quantità inferiori alle loro aspettative. E nonostante io e mamma Soja ci fossimo ripetuti più volte – e continuiamo a dircelo oggi – che nel mondo occidentale un bambino non muore di fame, che se ha mangiato di meno a pranzo mangerà di più a cena, che la crescita non dipende direttamente dai chili di cibo ingurgitato, non vedi il figlio di Mariageppina quanto è grosso, eppure non ha mangiato quasi niente, che insomma stare tranquilli avrebbe giovato alla nostra salute e alla tua. Malgrado tutti i buoni propositi, un po’ di ansia sul cibo si riversa sempre: mo’ perché sei insieme ad altri che non la pensano come te (i nonni, benedetti) e quindi ti invitano a insistere con l’ennesimo boccone; mo’ perché effettivamente certe volte cucinare un piattino delizioso e vederselo a stento assaggiare a cena, e poi alle dieci di sera sentirsi dire “ho fame, voglio pasta!” è un po’ scomodo, oltre che frustrante. Quindi, benché poi tu abbia sempre dimostrato non solo di essere di buon appetito (proprio stamattina ti sei magnata un bretzel più alto di te) ma anche curiosa, sperimentatrice (a sei mesi ti fregasti dal mio piatto dei pezzi di merluzzo al curry piccante) e gourmet (quando riconosci i diversi tipi di burro mi fai andare in sollucchero), a 5 mesi iniziò, e prosegue tuttora, la fase del “avrà mangiato abbastanza?”. Tanto che tu ormai non dici come tutti “non ne voglio più”, ma “ho mangiato abbastanza”.

A 5 anni… a 5 anni non ci sei arrivata ancora, li compi domani, e io ieri ti ho portato alla pesa. In farmacia, visto che incredibilmente quest’autunno non siamo ancora passati dal pediatra, non ti sei ancora preso nessuna di quelle influenze che ti venivano una settimana ogni quattro (ma non è detta l’ultima parola, potresti ammalarti proprio il giorno della festa). Come vedi il vizio non me lo tolgo: vabbè, mi dico, una volta tanto che fa, l’importante è non pensarci in maniera ossessiva. È poi la bilancia della farmacia è supertecnologica, metti 20 cent e ti dice perso, altezza e peso ideale (uhm…) e poi tu ti diverti, finalmente: ecco sali, stai ferma, immobile, non ti appoggiare… Il responso dell’oracolo ha la classica forma del pizzino: peso kg 15.200, altezza non determinabile sotto i 140 cm (hai voglia di aspettare). Arrivato a casa – con calma, ma trepidando – sono andato a riportare la cifra sulla famosa tabella dell’Oms. E ho scoperto due cose. Prima: che non ti schiodi da lì, sei sempre nella fascia tra il 3% e il 15%, più vicina a questo secondo negli ultimi anni, ma un po’ più distante stavolta rispetto alle precedenti misurazioni. Seconda: che il grafico “Weight per age – girls” che stavo usando da tempo immemore e che credevo eterno, inizia a 6 mesi e finisce a 5 anni. E dopo? Cioè, e adesso? Cosa facciamo, cosa vuol dire? “Vuol dire”, è intervenuta con la sua saggezza mamma Soja “che è arrivato il momento non solo di smettere di preoccuparsi per il peso, ma anche di smettere di pesarla”. Un po’ come quando abbiamo restituito la bilancina da neonati.

Tanti auguri Patata, e che la paranoia della bilancia – quell’altra, quella opposta – arrivi per te il più tardi possibile.

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Sulle cose che per la maggior parte della gente “non si dice” “non si fa” “che vergogna” siete sempre stati, tu e mamma Soja in grande accordo, ultra-sciolti e super-disinibiti. Convinti che la malizia stia nell’occhio di chi giudica, cioè dell’adulto, pensate che questa innocenza vada prolungata il più possibile, e che il tempo della decenza sia di là da venire, tanto comunque quando arriva poi ti occupa il resto della vita. Per cui, vai di caccole e ruttini e altro, non incoraggiate ma quasi, diciamo ampiamente tollerate; evitare di creare tabù e mantenere un sereno aplomb medico-scientifico quando il discorso cade su organi sessuali e affini; porte del cesso aperte e bagnetto insieme spesso e volentieri. Chiaro, più passa il tempo e più certe cose avete dovuto iniziare a spiegargliele, perché lei chiedeva ad esempio il motivo per cui non poteva entrare tua suocera mentre tu eri sotto la doccia. Però in generale rimanete iper-tranquilli. E lei di conseguenza.

– Mamma, annusa il mio dito!

– Bleah, che cos’è? Dove te lo sei messo?

– Puzza di ombelico, eheh…

– Aahahah ma che schifo, Patata!

– Uhuhuh!

– Va bene, divertente. Però voglio dirti, solo per informazione, che questa è una di quelle cose che puoi fare solo con noi genitori, capito? Cioè, se lo fai all’asilo magari maestra Jessica ti mette in punizione.

– Perché? Tu mi metti in punizione mamma? Non voglio!

– No, appunto: io mi faccio una risata perché sono tua mamma, mentre a una persona che non è proprio di famiglia può non far piacere sentire la puzza del tuo omeblico.

– Perché?

– Beh, perché non è proprio gradevole. Devi capire che c’è una differenza tra alcune persone intime e tutti gli altri: io, da te e papà posso anche farmi vedere nuda, ma certo se incontro la vicina di casa qualcosa addosso me la metto. Si chiama pudore, questa cosa. Pudore.

– E’ una malattia che può venire solo ai grandi?


– Ah, che bella giornata!

– Che bella giornata, davvero, Patata…

– Ehi, cattivo papà!

– Ma perché, cosa ho fatto?

– Mi hai copiato!

Da un po’ di tempo a questa parte, guai a chi ripete anche solo una parola uguale a quella che lei ha appena detto. Anche se con tono diverso, anche solo per sottolineare o apprezzare la sua esternazione. Subito si viene bollati come copiatori, e depennati all’istante dalla lista degli amici. Ti chiedi il perché, e provi a rimetterti nei panni del bambino sfottuto – come tutti, prima o poi – che sei stato. Ma certo, ti dici, a scuola uno dei tanti modi di canzonare un compagno è quello di ripetere una cosa che ha appena detto, magari strascicando l’accento o appesantendo il tono cantilenante o lagnoso. Oppure, era una specie di prova di forza: prendere di punta uno, e iniziare a ripetere tutto sistematicamente, a specchio, sbuffi e versi e sguardi compresi: di solito il bambino preso di mira tentava di uscire dal loop dicendo qualcosa di offensivo su se stesso, e mettendo l’altro davanti all’alternativa tra ripetere “Io sono scemo” e finire lo sfottò.

Quindi, certo, essere copiati è insopportabile perché è offensivo. Ma sei ritornato al punto di partenza: perché essere copiati è offensivo? Allora ci si mette anche mamma Soja, con le sue domande dolci e pazienti: e ne viene fuori una spiegazione che in ogni caso – che sia vera o che sia un artificio dialettico – è sbalorditiva.

– Patatina, stai tranquilla, nessuno ti vuole prendere in giro… Ma così, per sapere, ce lo spieghi perché è brutto se uno ti copia? Lo fate tra bambini all’asilo, vero? Ma perché chi viene copiato se la prende tanto con chi lo copia?

– Perché dice le stesse cose.

– Sì, ok, ma perché dire le stesse cose è qualcosa di cattivo? Mica sta dicendo delle parole contro di te… Forse è perché uno si sente preso poco sul serio, che quello che dice non è importante?

– No, è perché se uno dice le cose uguali a te…

– … sì?

– … tu non sai più chi sei!


– Papà, posso vedere i cartoni?
– Ma certo tesoro! Cosa mettiamo, quelle simpaticone delle Winx?
– Sì grazie papà. Tu sei un bravo papà.
– Ah-ah. Ma lo dici solo perché  ti faccio vedere i cartoni, o in generale?
– Eh… in generale. Sei un bravo papà sempre. Tranne…
– Tranne?
– Tranne quando litighi con la mamma.
– E basta?
– Sì. Sei bravo anche quando mi sgridi. Ma quando litighi con mamma no.

E tu resti lì, in mezzo alla stanza con la bocca semiaperta, a chiederti se questa che ti ha appena enunciato sia una profonda verità, oppure una grande ruffianata.

O tutt’e due le cose insieme.



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