Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: maggio 2014

Se ti chiedessero che cosa significa essere dipendenti dalla propria figlia – e dopo l’uscita di un certo libro, non è un’ipotesi teorica, ma una domanda che ti fanno sempre più spesso – ecco, dovendo spiegarlo potresti fare questo esempio qua.

Domenica scorsa, come tutte le domeniche, Patata è andata dalla nonna bionda a giocare in cortile e poi a cena. A differenza di tutte le altre domeniche, tu non ci sei andato perché avevi una presentazione in una libreria, e stavolta non potevi far finta di niente perché non era il libro di un altro. Dopo un po’ che cazzeggiavi su facebook in attesa di uscire, hai visto questa foto, postata dalla zia

bicipatata

accompagnata dalla scritta: “Abbiamo imparato ad andare in bicicletta”.

Ora, in quel momento tu sei stato felice e dispiaciuto. Felice per il momento storico, perché per la prima volta tua figlia era stata in equilibrio senza rotelle laterali, a un’età in cui tu probabilmente ti accappottavi anche andando in triciclo. Dispiaciuto perché, che cavolo, con tutte le migliaia di volte che l’hai portata – e sicuramente la porterai – a giocare, a fare sport, ai giardinetti, proprio quell’unica volta in cui tu non c’eri è accaduto che lei ha imparato ad andare in bicicletta: cioè una cosa che succede una volta sola, che non succederà mai più. Potrai vederla andare in bici centinaia di volte, ma non la vedrai mai andare per la prima volta, non proverai l’emozione di vederla imparare.

Ecco, se in quel momento sei stato felice e un po’ dispiaciuto, sei ancora un papà normale. Ma siccome sei stato più dispiaciuto, anzi incavolato, che felice, cosa dire, il percorso di riabilitazione è ancora lungo.


Ora, se la racconti questa cosa la gente non ci crede. E forse è meglio, così la puoi raccontare tranquillamente, senza vergognarti, perché un po’ ti vergogni. Invece così chi la legge pensa che è solo un paradosso, un esempio tanto estremo quanto inventato. Di che cosa? Ma della tua dipendenza da tua figlia, ovvio.

Il fatto è successo quando hai finito di scrivere il libro. A quel punto termina il lavoro (?) in beata solitudine, e iniziano una serie di cose da fare insieme alla casa editrice. Alcune noiose, ma importanti: l’editing, la correzione di bozze, ulteriori correzioni e controlli, fino al visto-si-stampi. Altre divertenti, come quando ti fanno leggere la quarta di copertina (e tu pensi Bellino sto libro, e anche l’autore sembra un tipo interessante… ah no, sono solo io!), quando stili la lista degli amici/conoscenti/colleghi da spammare per ottenere una recensione o almeno una buona parola. E quando ti mandano la prova della copertina.

Arriva nella mail questa immagine, con questo disegno stupendo (che secondo te è una citazione hitchcockiana, ma non osi dirlo), il titolo bello grande, il lettering carino… Colore? Lilla (almeno credi, tu diresti genericamente viola). Bene: passa di là Patata, e tu la chiami.

– Guarda, fermati un attimo, guarda qua!

– Che cos’è, papino?

– La copertina del libro mio, cioè tuo… cioè nostro.

– Chi sono tutte queste bimbe? Ah no, è sempre la stessa

– Mah, è così per… dovrebbe significare, cioè simboleggiare, la figlia, mia figlia, insomma saresti tu, però non proprio tu Patata, piuttosto l’idea di

– Infatti mi assomiglia!

– Allora ti piace, questa copertina?

– Sì però…

– Però?

– Non si può avere fuXia??

– Ah, beh… vediamo, adesso provo a chiedere in casa editrice…

A questo punto c’è un bivio. Da una parte si avviano i genitori normali. Dall’altra ti incammini tu. Da una parte il papà sorride dentro di sé, pensando all’ingenuità dei bambini che credono tutto possibile, che ritengono la realtà a loro disposizione, dal viaggio su Marte al dialogo con lo speaker del tg. Dall’altra parte tu, che clicchi immediatamente su “rispondi”, e davvero chiedi alla casa editrice se si può modificare il colore. E siccome dall’altra parte trovi una persona più folle di te, questa ti domanda con la massima serietà se le fai avere un riferimento preciso, un codice pantone, in maniera tale da girarlo alla grafica. La scena successiva vede Mamma Soja e Patata davanti al pc, a scorrere tutte le gradazioni dal rosa confetto al fucsia-pugno-in-un-occhio, per rendere la scelta della bambina davvero consapevole ed efficace.

Assurdo, vero? Infatti tutto questo non è mai avvenuto.

copie liberaria


– Patata, l’ho finito di scrivere, sai?

– Che?

– Il libro! Quello che stavo scrivendo su di te. Cioè, su di me e te. Sei contenta?

– Ah-ah…

– Senti, ma se fosse per te quale dovrebbe essere il titolo? Ne hai un’idea?

– Ma certo! “Le avventure di Patata e Solopapà”!

– …

copertina



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