Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: settembre 2014

Per il suo primo giorno di scuola, la bambina non è stata accompagnata in classe dalla mamma o dal papà, ma da quattro poliziotti armati. Il percorso da casa all’edificio scolastico lo ha fatto tra due ali di folla, passando in mezzo a persone che urlavano e lanciavano oggetti tentando di colpirla. Quando è entrata nell’aula, si è resa conto di essere l’unica alunna presente: tutti gli altri bambini erano stati ritirati dai genitori. Non solo. Anche gli insegnanti si sono rifiutati di farle lezione: tutti tranne una, che per un anno è stata la sua unica maestra. Per un anno, la piccola si è dovuta portare il cibo da casa, per evitare tentativi di avvelenamento. Anche la sua famiglia ha subito ritorsioni: il padre ha perso il lavoro, alla madre non è stato più consentito fare la spesa nel negozio di alimentari vicino casa, i nonni sono stati cacciati dalla terra che coltivavano come mezzadri.

L’unica colpa di Ruby Bridges – questo il nome della bambina, 6 anni all’epoca dei fatti – era quella di essere nera. Anzi: di essere la prima nera a entrare in una scuola fino a quel momento riservata ai soli bianchi. Era il 1960, New Orleans. La storia di Ruby Bridges dovrebbe essere famosa almeno quanto quella di Rosa Parks, la donna nera che si sedette tra i posti dei bianchi sull’autobus. Invece poco o niente, almeno in Italia. Per dire, su di lei non c’è neanche la pagina in italiano su Wikipedia, l’enciclopedia che ha una voce per tutto, persino per l’elenco dei sovrani di Niue, che hanno regnato su un’isolotto del Pacifico dal XVI al XIX secolo. Sarà un caso? O non sarà piuttosto una rimozione collettiva, visto che la questione ci riguarda piuttosto da vicino?

Troppo facile infatti dire che quella storia avveniva in un altro tempo, in un altro luogo, lontani. Innanzitutto parliamo di cinquant’anni fa, non di cinquecento. E poi non di uno sperduto regno asiatico, ma degli Stati Uniti d’America, la culla della democrazia moderna, l’unico paese che è stato sempre una repubblica, e così via. Mutatis mutandis, da qualche anno anche da noi stiamo cominciando ad avere gli stessi, ehm ehm, problemi. E non sono solo i casi limite come quello dell’asilo con 65 stranieri e 1 italiano. E’ un fastidio sotterraneo, un’ansia diffusa ovunque ci sono famiglie di immigrati (vale a dire, ovunque), una preoccupazione strisciante soprattutto tra i genitori di prima elementare, che solo a volte esplode in manifestazioni eclatanti ma quasi sempre rimane tra il detto e il non detto, repressa.

Ora, è vero che è diritto/dovere di noi genitori preoccuparci di tutto, e andare in panico per un raffreddore dei figli, figuriamoci per altro. Ma l’ansia in questo caso, e davvero al di là del buonismo, mi sembra infondata. Qual è il problema? Che le classi con più bambini stranieri rimangono indietro? Che non si finisce il programma? Che alla fine della prima arrivino solo alla Esse e non facciano la Zeta? Suvvia. E’ vero, questi bambini sono stranieri: ma solo perché l’ottusa legge italiana si basa sullo ius sanguinis e non sullo ius soli, il che vuol dire che il figlio di un italiano che nasce a Wellington e non mette mai piede fuori dalla Nuova Zelanda è italianissimo, mentre la figlia di due keniani che nasce qui, dice boia fàus e tifa Juve sarà straniera come minimo fino a 18 anni.

Questi bambini di cui abbiamo paura, al 99% sono nati in Italia e parlano italiano meglio di me. Inoltre nella maggior parte dei casi sono proprio loro a fare da ponte, linguistico e culturale in genere, tra i genitori e il contesto italiano. Il che significa che mediamente, per necessità di cose, hanno una mentalità più aperta e un’intelligenza più flessibile degli autoctoni. Insomma, nel rapporto con i nostri bambini monoculturali, forse hanno più da insegnare che da imparare.

E poi, questa è una cosa su cui magari uno riflette se solo viene sfiorato dal pensiero di trasferirsi all’estero: ma ci pensate che in un altro tempo, in un altro luogo, lontani ma non troppo, potremmo essere noi quelli con il colore della pelle sbagliato?


…sì, ho cinque anni e mezzo… quasi sei… a settembre inizio la scuola elementare… ho un po’ paura, eh eh…

Questo è stato il leitmotiv dell’estate, la frase che ripeteva più o meno a ogni persona che incontravate. Il bello di tua figlia, quello che ti rende veramente orgoglioso di lei, non è che non ha paura di niente, ma che non teme di dire che ha paura di qualcosa. In questo caso, il primo giorno di scuola. E ci credo…

Ah, il primo giorno di scuola… dovrebbe evocare ricordi, emozioni forti, un po’ come l’ultimo, quell’esame di maturità che molti si sognano ancora la notte. Invece, tu hai vaghi ricordi di un’androne, di una folla, di una scala, ma confusi con quelli degli altri mille giorni che seguirono. Insomma, non ti ricordi una cippa. Sarà l’età che avanza? Più probabilmente, hai rimosso: te la sarai fatta talmente addosso, nonostante da un altro punto di vista non vedessi l’ora, che hai seppellito nell’inconscio ogni memoria.

Forse per questo, oggi, eri quasi più emozionato di lei. O forse perché è un periodo di grandi cambiamenti, di tante prime volte, oltre alla scuola: il primo dentino a cadere, la prima doccia che si è fatta completamente da sola. E perché, come al solito, sai che altri cambiamenti verranno. E perché, a differenza del solito, qualche passaggio te lo stai saltando: mentre prima che eri freelance (= disoccupato) eri sempre presente in ogni momento decisivo e non, adesso che sei tornato studente (= disoccupato) spesso capita che non ci sei. Una cosa che per altri papà, e mamme, sarà normale, ma a te ti fa ancora strano.

Per esempio, stamattina l’hai accompagnata, ok. Ma qualche giorno fa, alla presentazione della scuola ai genitori, è andata solo Mamma Soja. Una presentazione che è servita soprattutto a comunicare l’elenco infinito delle cose da portare: un po’ te l’aspettavi, ma è stato comunque impressionante quando ti ha raccontato di una quantità di fogli A4 e quadernoni capaci di contenere la Divina Commedia scritta a caratteri cubitali, di decine di penne pennarelli matite pastelli, per non parlare di scottex cartaigienica sapone e altri accessori da toilette.

– E poi, Patata, ho conosciuto le tue tre maestre, mi sembrano molto simpatiche.

– Tre? Tre maestre?

– Eh sì, una per l’area umanistica, una per quella scientifico tecnica, una di lingua straniera

– Eeeh?

– Sarebbe una di italiano, una di matematica e una di inglese

– Di italiano? Ma io lo conosco già l’italiano!



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