Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Archivi del mese: marzo 2015

[Parental advisor: post ad alto contenuto di lacrimevole pathos]

Non capisci davvero l’amore di tuo padre per te, finché non nasce tuo figlio.

Una frase tremendamente banale, e come tante banalità, tremendamente vera. Sono sei anni, da quando è nata Patata, che la vado ripetendo fino alla noia: parlandone, scrivendola, qui sul blog come nel libro. Una tremenda banalità, che però ogni volta è impressionante da provare in prima persona, sentire sotto la propria pelle. Anche dopo sei anni. Anche quando ti nasce un altro figlio. La sensazione fisica – non mentale, non si tratta di altruismo, no – che ti porta ad anteporre al tuo benessere, il suo: alla tua sazietà, la sua: alla tua stessa vita, la sua. E va bene, lo sappiamo, ci sono dei precisi motivi scientifici per tutto questo: il gene egoista, il perpetuarsi della specie, tutto vero. Però incomprensibile finché non lo vivi. Infatti, quando me lo diceva mio padre, non ci credevo. O meglio, non capivo.

Ma il rapporto, e quindi l’amore, tra genitori e figli è per sua natura asimmetrico, squilibrato. Sia in un senso che nell’altro. Non è uguale, paritario, come l’amore tra compagni, o quello tra amici. Dove ci si è conosciuti che si aveva più o meno la stessa età, si era più o meno nello stesso momento della vita. Dove io sono per lei quello che lei è per me, più o meno, in teoria almeno. Per i genitori, un figlio è tutto, e rappresenta uno sconvolgimento tale della vita, che davvero si fa fatica a volte a ricordare come si era, prima (cosa facevamo? come impiegavamo tutto quel tempo libero? dove lo mettevamo il passeggino? ah già, non c’era nessun passeggino). Ma di fatto, ognuno di noi aveva una vita, baby, prima di conoscere suo figlio. Invece per un figlio, i genitori sono veramente tutto, e rappresentano la vita stessa, perché non c’era un prima.

Terra terra: mio padre quando ha incontrato me aveva 47 anni (ebbene sì, si è spicciato tardi). Io quando ho conosciuto mio padre avevo zero anni. E l’ho avuto nella stessa casa, alla stessa tavola, tutti i santi giorni, per ventisei anni, finché non sono andato a vivere in un’altra città. E poi per altri quattordici anni l’ho avuto a portata di mano: al telefono, nei frequenti incontri, anche solo nel pensiero.

E’ un’altra enorme ovvietà. Talmente ovvia che non ci pensi, non te ne accorgi. Fino a quando la presenza – costante, saltuaria o solo metaforica – non si muta in assenza: tangibile, definitiva, irrimediabile.

Non capisci davvero l’amore per tuo padre, finché non muore tuo padre.

[Oh, ve l’avevo detto]

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