Ieri il piccolo, immediatamente dopo pranzo, ha iniziato come fa sempre a piangere e a dimenarsi dicendo che voleva andare subito a nanna. La mamma, santa pazienza, stava per accontentarlo, quando è successo. Di botto si è fermato, è stato un attimo a pensare, e poi ha detto: E tauà? Che in ciccillese significa: E il caffè? Ovvero, e il caffè che di solito vi prendete dopo mangiato e a causa del quale mi chiedete sempre di aspettare prima di portarmi a dormire? Oggi non lo volete?

Ora io non vorrei stare troppo a filosofare, ma secondo me questo è un passaggio fondamentale, quelle cose che segnano l’abbandono dello stadio animale, o alieno, o magico, comunque ultra umano, e l’ingresso nella comunità. Molto più che imparare a parlare e a camminare, o a scrivere e a contare, che mi sembrano tutte delle conseguenze. È il momento in cui ci si accorge che gli altri sono delle persone come te, con dei gusti e delle esigenze che sono diversi dai tuoi, ma che per loro sono importanti come per te le macchinine con le porte che si aprono. Che gli altri sono delle persone, e non delle marionette nel teatrino apparecchiato apposta per te dalla dea Mamma.
(Succede adesso, tra i due e i tre anni, d’altra parte tre anni è una soglia riconosciuta, fino a quel momento i bambini sono per i giapponesi delle divinità, e per i produttori di giocattoli degli aspiranti suicidi). Da qui, da questa consapevolezza, nasce il bene e nasce il male: l’amicizia e l’amore e la generosità, ma anche i sensi di colpa, la cazzimma, il dolo intenzionale.
Da questo momento sta un po’ più a te, e un po’ meno a noi. Benvenuto, Ciccillo

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