Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

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Ieri il piccolo, immediatamente dopo pranzo, ha iniziato come fa sempre a piangere e a dimenarsi dicendo che voleva andare subito a nanna. La mamma, santa pazienza, stava per accontentarlo, quando è successo. Di botto si è fermato, è stato un attimo a pensare, e poi ha detto: E tauà? Che in ciccillese significa: E il caffè? Ovvero, e il caffè che di solito vi prendete dopo mangiato e a causa del quale mi chiedete sempre di aspettare prima di portarmi a dormire? Oggi non lo volete?

Ora io non vorrei stare troppo a filosofare, ma secondo me questo è un passaggio fondamentale, quelle cose che segnano l’abbandono dello stadio animale, o alieno, o magico, comunque ultra umano, e l’ingresso nella comunità. Molto più che imparare a parlare e a camminare, o a scrivere e a contare, che mi sembrano tutte delle conseguenze. È il momento in cui ci si accorge che gli altri sono delle persone come te, con dei gusti e delle esigenze che sono diversi dai tuoi, ma che per loro sono importanti come per te le macchinine con le porte che si aprono. Che gli altri sono delle persone, e non delle marionette nel teatrino apparecchiato apposta per te dalla dea Mamma.
(Succede adesso, tra i due e i tre anni, d’altra parte tre anni è una soglia riconosciuta, fino a quel momento i bambini sono per i giapponesi delle divinità, e per i produttori di giocattoli degli aspiranti suicidi). Da qui, da questa consapevolezza, nasce il bene e nasce il male: l’amicizia e l’amore e la generosità, ma anche i sensi di colpa, la cazzimma, il dolo intenzionale.
Da questo momento sta un po’ più a te, e un po’ meno a noi. Benvenuto, Ciccillo


– Papà, nunn’aggio ‘na penna!

(Massimo rispetto per Tata* che tenta di apprendere l’idioma avìto, diciamo che può solo migliorare)

 

*The daughter formerly known as Patata. Non è un nuovo personaggio/figlio – siamo arrivati a due  e va benissimo così – ma il modo in cui Ciccillo chiama Patata. D’altra parte questo nome a lei non era mai piaciuto. Perciò d’ora in poi, Tata sia!


[Parental advisor: post ad alto contenuto di lacrimevole pathos]

Non capisci davvero l’amore di tuo padre per te, finché non nasce tuo figlio.

Una frase tremendamente banale, e come tante banalità, tremendamente vera. Sono sei anni, da quando è nata Patata, che la vado ripetendo fino alla noia: parlandone, scrivendola, qui sul blog come nel libro. Una tremenda banalità, che però ogni volta è impressionante da provare in prima persona, sentire sotto la propria pelle. Anche dopo sei anni. Anche quando ti nasce un altro figlio. La sensazione fisica – non mentale, non si tratta di altruismo, no – che ti porta ad anteporre al tuo benessere, il suo: alla tua sazietà, la sua: alla tua stessa vita, la sua. E va bene, lo sappiamo, ci sono dei precisi motivi scientifici per tutto questo: il gene egoista, il perpetuarsi della specie, tutto vero. Però incomprensibile finché non lo vivi. Infatti, quando me lo diceva mio padre, non ci credevo. O meglio, non capivo.

Ma il rapporto, e quindi l’amore, tra genitori e figli è per sua natura asimmetrico, squilibrato. Sia in un senso che nell’altro. Non è uguale, paritario, come l’amore tra compagni, o quello tra amici. Dove ci si è conosciuti che si aveva più o meno la stessa età, si era più o meno nello stesso momento della vita. Dove io sono per lei quello che lei è per me, più o meno, in teoria almeno. Per i genitori, un figlio è tutto, e rappresenta uno sconvolgimento tale della vita, che davvero si fa fatica a volte a ricordare come si era, prima (cosa facevamo? come impiegavamo tutto quel tempo libero? dove lo mettevamo il passeggino? ah già, non c’era nessun passeggino). Ma di fatto, ognuno di noi aveva una vita, baby, prima di conoscere suo figlio. Invece per un figlio, i genitori sono veramente tutto, e rappresentano la vita stessa, perché non c’era un prima.

Terra terra: mio padre quando ha incontrato me aveva 47 anni (ebbene sì, si è spicciato tardi). Io quando ho conosciuto mio padre avevo zero anni. E l’ho avuto nella stessa casa, alla stessa tavola, tutti i santi giorni, per ventisei anni, finché non sono andato a vivere in un’altra città. E poi per altri quattordici anni l’ho avuto a portata di mano: al telefono, nei frequenti incontri, anche solo nel pensiero.

E’ un’altra enorme ovvietà. Talmente ovvia che non ci pensi, non te ne accorgi. Fino a quando la presenza – costante, saltuaria o solo metaforica – non si muta in assenza: tangibile, definitiva, irrimediabile.

Non capisci davvero l’amore per tuo padre, finché non muore tuo padre.

[Oh, ve l’avevo detto]


– Patata che dici, gliela possiamo dare a tutti, la notizia?
– Sì, ma diglielo tu.
– E perché non lo dici tu?
– Perché io sono timida!
– Sì vabbuo’, come clown sei abbastanza timida in effetti.
– E va bene… Diventerò una sorella maggiore!
– Ottimo. E vogliamo dire anche quando?
– Dopo Natale! Dopo Natale nascerà Singhiozzo.
– Ah, a proposito: ma mi spieghi perché lo chiami Singhiozzo?
– Perché ancora non sappiamo se è maschio o femmina! Ovvio, no?


– Patata assaggia questo pane, l’ho fatto io… non vuoi? Vabbe’ intanto lo assaggio io.
– Ti mangi il tuo stesso pane? È un po’ come se ti mangiassi il tuo stesso figlio!
– Uau, bella questa metafora del pane come un figlio… aspetta però, che storia horror… ma tu un figlio mica te lo mangi? Che fai, un figlio lo cuoci?
– Beh, non lo cuoci, però… lo lavi!
Questa conversazione è il risultato di una mattinata intera in cui hai lasciato sole mamma Soja e Patata: chissà che sostanze psichedeliche assumono… e soprattutto, perché non te ne offrono.


Sette-otto anni fa, se scrivevi la lettera “f” nella barra degli indirizzi internet, la funzione di completamento automatico ti dava: http://www.fineco.it. Segno di un periodo della tua vita in cui lavoravi, guadagnavi, e ti preoccupavi che i soldi che guadagnavi non fossero abbastanza.

Tre o quattro anni fa, se scrivevi la “f” nella barra degli indirizzi, il riempimento automatico ti suggeriva http://www.facebook.com. Segno inequivocabile del periodo in cui avevi smesso di lavorare, smesso di guadagnare, e ti dedicavi serenamente al cazzeggio sui social network.

Da qualche mese, quando scrivi “f”, il browser ti indirizza senza esitazioni su http://www.filmsenzalimiti.net. Segno del periodo della tua vita in cui la piccola pirata ha preso definitivamente possesso del tuo computer.


Tu sei figlio unico. Mamma Soja è figlia unica. Quindi già Patata nasce per definizione senza zii e cugini di primo grado. Poi c’è la questione dei parenti: della distanza dai parenti. Che nel caso tuo è distanza geografica: vieni da famiglie meridionali come una volta, a casa di tuo padre erano in cinque figli, di tua madre addirittura in sette, e tutti quasi altrettanto numerosamente riprodotti. Per cui tu sei cresciuto circondato da legioni di cugini – anche se quasi tutti più grandi – e zii e poi nipoti di secondo grado. Tavolate di Natale infinite, bambini che alluccano e poi al momento di recitare la poesia si nascondono sotto al tavolo, grandi che magnano e litigano e si ‘mbriacano, cose normali, insomma. Il problema è che tutti questi contatti si sono notevolmente diradati quando, ormai dodici anni fa, te ne sei andato via al Nord. Hai voglia a dire ci vediamo lo stesso ci sentiamo: le ormai rare volte che scendi, già è tanto che riesci a stare qualche ora con i tuoi, figurati gli altri parenti.

(Eppure questa cosa ti manca, ti fa soffrire. In particolare adesso che si avvicinano le vacanze, che si avvicina un Natale particolare: sarà probabilmente il primo della tua vita – se si esclude l’anno in cui nacque Patata e non scendeste proprio – il primo in cui non andrete alle mitiche tavolate, o quantomeno non andrete a piazzarvi con armi e bagagli a casa di tua zia dal 24 sera al 30. Questo per una serie di questioni logistiche sopravvenute, riguardanti la sempre più scarsa mobilità del nonno, e il fatto che siete in cinque – sì certo, eravate in cinque anche gli anni scorsi, ma bisogna prendere coscienza che ormai Patata va classificata come persona a tutti gli effetti e non come bambolotto al seguito).

La distanza dei parenti di Mamma Soja è una questione più complicata, e delicata. Sta di fatto che gli unici zii che, tra varie virgolette, frequentate, li vedreste solo due volte all’anno, cioè in occasione del compleanno di Patata, e prima delle feste per gli auguri di Buonnataleffeliceannonuovo, se non fosse che il compleanno di Patata cade giusto un mese prima di Natale, e quindi quelle due volte si riducono a una.

A te questa cosa dispiace. Che Patata non possa venire su come te, circondata dall’affetto e dal caos, dalle tombolate e dai pettegolezzi. Sì certo ci sono gli amici, ma anche qui non è che abbiate tutte ste frequentazioni. E poi boh, non l’avresti detto qualche anno fa, ma sempre più spesso ti capita di pensare che è vero quello che ha sempre predicato tuo padre, questo concetto mafioso che l’amicizia è una cosa che può finire da un momento all’altro, mentre la parentela può comportare scontri anche mortali, ma resta a vita. A te questa cosa dispiace, ma non è che ci si possa fare granché. Bisogna prenderne atto, e consolarsi pensando che per ogni cosa che si perde ci può essere una cosa che si acquista, in termini di qualità della vita, opportunità e via dicendo. Insomma ti sei messo il cuore in pace. E quindi proprio non hai idea da dove possa venire quest’idea vecchio stile, quasi tribale che Patata ha espresso ieri.

– Tesoro ti voglio bene, lo sai che tu e papà siete la mia famiglia?

– Ma no! Non siamo una famiglia!

– Ah sì? E perché?

– La famiglia è il nonno, la nonnna… lo zio, la zia… il cuginetto, la cuginetta… tutti!

– Ah, ok. E allora noi, noi tre che siamo?

– Una coppia, con una bimba!



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