Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

Io non sono leggenda

Dopo tre anni di asilo cattolico (prendere o lasciare, il Comune di Ciudad del Norte lì vi ha spedito), Patata da quest’anno è entrata nella scuola statale. Pubblica. Laica. E, potendo scegliere, tu e mamma Soja avete scelto di non farle seguire le ore di religione.

Veramente quando avete dovuto indicare questa preferenza – più di un anno fa, compilando un estenuante modulo online, nel quale i dubbi e le difficotà maggiori erano quelli di inserire tutti i dati corretti e di indicare il plesso dietro casa, per evitare di finire dall’altra parte della città – l’ora di religione e la scuola elementare stessa vi sembravano una cosa talmente remota ed astratta, che non siete stati a discuterne più di quattro secondi. Non che sia stata una scelta a cuor leggero, e neanche dettata da un anticlericalismo e da un ateismo sfegatato: semplicemente vi sarebbe sembrerebbe ipocrita farle ascoltare delle storie che poi voi a casa non potreste corroborare con convinzione, sostenuti da una fede autentica.

Certo poi qualche dubbio vi è venuto. E non è stato tanto per le aspre rampogne della nonna meridionale, che in amareggiate telefonate sostiene che la state privando di un pezzo della nostra cultura, delle nostre tradizioni, nonché della magia del Natale (?), e soprattutto che state scegliendo al posto suo (senza pensare che qualsiasi scelta dei genitori,  in questo come in altri ambiti, è una scelta tanto obbligatoria quanto arbitraria). Non è stato neanche per le cortesi perplessità avanzate dalla nonna settentrionale, che sostiene che una speranza nell’aldilà allevierebbe un po’ nella bambina l’ansia per la vecchiaia e la morte, pensieri che effettivamente la affliggono abbastanza (effetto tutt’altro che scontato: tu ricordi perfettamente che da piccolo non avevi dubbi sull’esistenza di Dio, e contemporaneamente eri terrorizzato dalla morte, tanto da pregare il Padreterno che per favore non ti facesse morire). Se qualche dubbio vi è venuto, è stato al contrario perché non ritenete la questione di importanza eccessiva: d’altra parte, voi tutti avete ricevuto un’educazione cattolica, battesimo e prima comunione e catechismo, e tu anche qualche anno di Azione Cattolica e di servizio all’altare come chierichetto; eppure siete usciti come siete usciti, non proprio bigotti. Per cui vi siete detti massì, se l’anno prossimo vuole fare religione che la faccia pure; come pure, ma questo già era inteso, nel momento in cui si vuole fare la prima comunione, via libera alla trafila dei sacramenti.

(Però, per il momento, ti tieni la soddisfazione del seguente dialogo a bruciapelo:
– Patata, ma chi era poi ‘sto Gesù?
– Papà, ma come! Il figlio di… Giuseppe!)

Il dubbio ti è venuto, ma ti è anche passato. Per esempio l’altro giorno, quando ti sei ricordato che non le avevi ancora mai chiesto che cosa fanno quando gli altri vanno con la maestra di religione. La risposta – “facciamo scienze con la maestra di matematica” – ti ha mandato in sollucchero oltre ogni ragionevole logica: già ti sei immaginato la classe divisa in due, metà in un’aula bassa e scura a ripetere litanie in latino medievale o a rincitrullirsi con l’incomprensibile storia della mela, l’altra metà in un laboratorio multimediale a osserrvare i pianeti in 3D o le cellule al microscopio.

Ma soprattutto, sei contento di vivere in un paese – con tutti i suoi enormi difetti – abbastanza laico, e di essere riuscito a far crescere tua figlia in un’atmosfera familiare – con tutti i suoi inevitabili difetti – priva di esaltazione e fanatismo. Ieri, poche ore prima della tragedia di Charlie Hebdo, stavate guardando un cartone ed è passata la pubblicità di un videogioco, con lo slogan: “Compra il [NOME ALTISONANTE], costruisci il tuo esercito e diventa una leggenda!”. Al che Patata:

– Che brutto! E’ bruttissimo diventare una leggenda.

– Come mai?

– Perché poi sei morto!

Benvenuti a Legoland

– Papi, per il compleanno mi regali lego siti?

– Certo, te l’avevo promesso. Ma non tutta la città eh, ecco vieni, vediamo su internet quali pezzi di Lego City ci sono così scegli…

– No aspetta, volevo dire lego frenz!

– Perché Lego Friends? Hai già varie cose, e non mi sembra che ci giochi granché…

– Perché lego siti è per maschi! Scrivi “lego frenz”. Anzi, scrivi: “lego frenz per femmine”!

– Ma Patata, quante volte te lo devo dire che non esistono giochi per maschi e giochi per femmine? Io per esempio se fossi piccolo, vorrei lo yacht di Lego Friends anche se sono maschio, e tu puoi volere le case di Lego City anche se sei femmina.

– No! E’ per maschi!

– Non è vero!

– Ah sì? E allora perché i personaggi sono tutti maschi?

– Ma quando mai! Guardiamo: allora, ci sta l’operaio, il pompiere, il poliziotto, il ferroviere… ecco, vedi, c’è anche una femmina!

– Una sola! E sta davanti al computer senza fare niente!

– Va bene, mi arrendo, hai ragione tu. Ti compro una Barbie. Tutta rosa, eh.

L’accento spiegato a suo figlio

– Papà, lo sai che la maestra ci ha spiegato l’accento?

– Veramente? Di già? Ma io avevo capito che stavate ancora facendo le consonanti…

– Sì, abbiamo iniziato con la Pi! E la maestra ci ha detto che se scrivi P e A e poi P e A… si legge “papa”. Come Papa Francesco, lo conosci?

– E certo, come si fa a non conoscerlo.

– Ecco, invece se scrivi P e A e poi P e A, e sopra all’ultima A ci metti l’accento, si legge: “papà”. Come te.

– Esatto. Vedi quante cose può cambiare un piccolo segnetto? Dillo con l’accento…

– Papà.

– E senza accento?

– Papa.

– Brava. Una bella differenza, eh?

– E già. C’è solo una persona che non se ne importa di questa differenza.

– Ah sì? E chi è?

– Il figlio del Papa, no?

 

I sensi di colpa (multipli)

Vorresti scrivere un post su come ti senti in questo periodo. Sia, come al solito, per ricordarti in futuro come ti sentivi in questo periodo. Sia per mettere un po’ in ordine le idee nella tua testa. Perché è un momento di grande confusione, questo è sicuro. Come al solito, dopo mesi o anni di stasi, di routine, arrivano quelle fasi in cui nel giro di qualche settimana succede di tutto e di più.

Patata ha iniziato le elementari, ha già avuto i primi voti (alle elementari?!?!) e subìto i primi atti di microbullismo. Mamma Soja è entrata nel settimo mese, con tutto quello che comporta in termini di pesantezza e stanchezza, e nonostante questo continua a faticare come una bestia. Singhiozzo arriva tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo. E tu, proprio tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo starai per portare a termine quel percorso affascinante e rischioso che hai iniziato nello scorso autunno, quel nuovo corso che dovrebbe cambiare la tua vita, quella scommessa azzardata che dovrebbe portarti a non essere più solo un papà, insomma quella cosa per cui dovresti trovare un cacchio di lavoro.

Quindi, as usual, i nodi stanno arrivando al pettine tutti insieme, per dirla con una frase originale. E tu, come ti senti in tutto questo? Usando un’altra espressione inedita, la risposta più semplice è: in colpa. Ti senti in colpa nei confronti di Mamma Soja, perché stando fuori casa tutti i pomeriggi e soprattutto tutte le sere le lasci l’incombenza di troppe cose pratiche da fare, e in più nove notti su dieci quando torni a casa la trovi già addormentata e quindi non le puoi fare le coccole e i massaggini che meriterebbe.

Ti senti in colpa nei confronti di Singhiozzo, perché a questo nascituro non stai dedicando neanche la metà della metà delle attenzioni che dedicavi a Patata quando era nella panza: all’epoca le parlavi, le suonavi le canzoni con la chitarra, le preparavi compilation per quando sarebbe nata; e anche quando non ti rivolgevi direttamente a lei, era sempre quello il centro delle vostre attenzioni di futuri genitori: libri sulla gravidanza sul parto sull’allattamento su tutto il dopo, siti internet che monitorvano la crescita fetale giorno per giorno, e le ecografie incomprensibili riguardate quasi ogni giorno, e i progetti e gli acquisti di vestiti e giochi e passeggini… ora con la scusa che un po’ di cose già le avete da Patata e le riciclerete, con la scusa che i secondi figli sono più svegli perché un po’ se la devono cavare da soli per forza di cose, insomma sta creatura ancora deve nascere e tu già ti senti in colpa.

Come pure, Patata ancora deve diventare sorella maggiore, e tu già ti senti in colpa nei suoi confronti, perché inevitabilmente tutte le cure e gli occhi dolci, soprattutto all’inizio, saranno per il neonato: la maggior parte del tempo, dei giochi, delle volte che prenderai in braccio un figlio, sarà il secondo. E ti ricordi come ti sono sempre stati più simpatici i fratelli maggiori, o megli ti ricordi che quando incontravi una famiglia con più bambini, mentre tutti si buttavano a capofitto sull’ultimo arrivato, tu ti rivolgevi sempre ai più grandi, che timidi e dimenticati restavano in un angolo. Ma stavolta, per forza non sarà così. O no? La verità è che, come dice Mamma Soja, state per affrontare, voi due figli unici, una situazione in cui non siete mai stati, neanche a ruoli invertiti: una famiglia con due figli. Come si fa? Boh!

Infine, ti senti in colpa nei confronti di te stesso. Che a quasi quarant’anni – per disperazione, per una follia che non sapevi di avere, perché una sola vita non ti bastava – non solo stai provando a cambiare l’ambito di lavoro, ma anche completamente il genere, passando dall’intellettuale al manuale (per dirla in termini tanto tradizionali quanto sbagliati). Che a quasi quarant’anni ti trovi a dover imparare cose da zero come un dodicenne (e questo ben venga), a essere trattato come un giovane di bottega, a fare ancora lo stagista non retribuito, e a non avere alcuna certezza sul futuro, se non quella di voler andare via dall’Italia, e forse di avere finalmente le competenze per farlo.

Vorresti tanto, sì, scrivere un post su come ti senti in questo momento, su tutti i fatti e tutte le sensazioni che si stanno accavallando, ma scriverlo sarebbe ulteriore tempo ed energia sottratta a tutto il resto, e ti sentiresti ancora più in colpa, perciò ciao.

La notizia

– Patata che dici, gliela possiamo dare a tutti, la notizia?
– Sì, ma diglielo tu.
– E perché non lo dici tu?
– Perché io sono timida!
– Sì vabbuo’, come clown sei abbastanza timida in effetti.
– E va bene… Diventerò una sorella maggiore!
– Ottimo. E vogliamo dire anche quando?
– Dopo Natale! Dopo Natale nascerà Singhiozzo.
– Ah, a proposito: ma mi spieghi perché lo chiami Singhiozzo?
– Perché ancora non sappiamo se è maschio o femmina! Ovvio, no?

Io non sono razzista, sono loro che sono negri

Per il suo primo giorno di scuola, la bambina non è stata accompagnata in classe dalla mamma o dal papà, ma da quattro poliziotti armati. Il percorso da casa all’edificio scolastico lo ha fatto tra due ali di folla, passando in mezzo a persone che urlavano e lanciavano oggetti tentando di colpirla. Quando è entrata nell’aula, si è resa conto di essere l’unica alunna presente: tutti gli altri bambini erano stati ritirati dai genitori. Non solo. Anche gli insegnanti si sono rifiutati di farle lezione: tutti tranne una, che per un anno è stata la sua unica maestra. Per un anno, la piccola si è dovuta portare il cibo da casa, per evitare tentativi di avvelenamento. Anche la sua famiglia ha subito ritorsioni: il padre ha perso il lavoro, alla madre non è stato più consentito fare la spesa nel negozio di alimentari vicino casa, i nonni sono stati cacciati dalla terra che coltivavano come mezzadri.

L’unica colpa di Ruby Bridges – questo il nome della bambina, 6 anni all’epoca dei fatti – era quella di essere nera. Anzi: di essere la prima nera a entrare in una scuola fino a quel momento riservata ai soli bianchi. Era il 1960, New Orleans. La storia di Ruby Bridges dovrebbe essere famosa almeno quanto quella di Rosa Parks, la donna nera che si sedette tra i posti dei bianchi sull’autobus. Invece poco o niente, almeno in Italia. Per dire, su di lei non c’è neanche la pagina in italiano su Wikipedia, l’enciclopedia che ha una voce per tutto, persino per l’elenco dei sovrani di Niue, che hanno regnato su un’isolotto del Pacifico dal XVI al XIX secolo. Sarà un caso? O non sarà piuttosto una rimozione collettiva, visto che la questione ci riguarda piuttosto da vicino?

Troppo facile infatti dire che quella storia avveniva in un altro tempo, in un altro luogo, lontani. Innanzitutto parliamo di cinquant’anni fa, non di cinquecento. E poi non di uno sperduto regno asiatico, ma degli Stati Uniti d’America, la culla della democrazia moderna, l’unico paese che è stato sempre una repubblica, e così via. Mutatis mutandis, da qualche anno anche da noi stiamo cominciando ad avere gli stessi, ehm ehm, problemi. E non sono solo i casi limite come quello dell’asilo con 65 stranieri e 1 italiano. E’ un fastidio sotterraneo, un’ansia diffusa ovunque ci sono famiglie di immigrati (vale a dire, ovunque), una preoccupazione strisciante soprattutto tra i genitori di prima elementare, che solo a volte esplode in manifestazioni eclatanti ma quasi sempre rimane tra il detto e il non detto, repressa.

Ora, è vero che è diritto/dovere di noi genitori preoccuparci di tutto, e andare in panico per un raffreddore dei figli, figuriamoci per altro. Ma l’ansia in questo caso, e davvero al di là del buonismo, mi sembra infondata. Qual è il problema? Che le classi con più bambini stranieri rimangono indietro? Che non si finisce il programma? Che alla fine della prima arrivino solo alla Esse e non facciano la Zeta? Suvvia. E’ vero, questi bambini sono stranieri: ma solo perché l’ottusa legge italiana si basa sullo ius sanguinis e non sullo ius soli, il che vuol dire che il figlio di un italiano che nasce a Wellington e non mette mai piede fuori dalla Nuova Zelanda è italianissimo, mentre la figlia di due keniani che nasce qui, dice boia fàus e tifa Juve sarà straniera come minimo fino a 18 anni.

Questi bambini di cui abbiamo paura, al 99% sono nati in Italia e parlano italiano meglio di me. Inoltre nella maggior parte dei casi sono proprio loro a fare da ponte, linguistico e culturale in genere, tra i genitori e il contesto italiano. Il che significa che mediamente, per necessità di cose, hanno una mentalità più aperta e un’intelligenza più flessibile degli autoctoni. Insomma, nel rapporto con i nostri bambini monoculturali, forse hanno più da insegnare che da imparare.

E poi, questa è una cosa su cui magari uno riflette se solo viene sfiorato dal pensiero di trasferirsi all’estero: ma ci pensate che in un altro tempo, in un altro luogo, lontani ma non troppo, potremmo essere noi quelli con il colore della pelle sbagliato?

Primo giorno di scuola

…sì, ho cinque anni e mezzo… quasi sei… a settembre inizio la scuola elementare… ho un po’ paura, eh eh…

Questo è stato il leitmotiv dell’estate, la frase che ripeteva più o meno a ogni persona che incontravate. Il bello di tua figlia, quello che ti rende veramente orgoglioso di lei, non è che non ha paura di niente, ma che non teme di dire che ha paura di qualcosa. In questo caso, il primo giorno di scuola. E ci credo…

Ah, il primo giorno di scuola… dovrebbe evocare ricordi, emozioni forti, un po’ come l’ultimo, quell’esame di maturità che molti si sognano ancora la notte. Invece, tu hai vaghi ricordi di un’androne, di una folla, di una scala, ma confusi con quelli degli altri mille giorni che seguirono. Insomma, non ti ricordi una cippa. Sarà l’età che avanza? Più probabilmente, hai rimosso: te la sarai fatta talmente addosso, nonostante da un altro punto di vista non vedessi l’ora, che hai seppellito nell’inconscio ogni memoria.

Forse per questo, oggi, eri quasi più emozionato di lei. O forse perché è un periodo di grandi cambiamenti, di tante prime volte, oltre alla scuola: il primo dentino a cadere, la prima doccia che si è fatta completamente da sola. E perché, come al solito, sai che altri cambiamenti verranno. E perché, a differenza del solito, qualche passaggio te lo stai saltando: mentre prima che eri freelance (= disoccupato) eri sempre presente in ogni momento decisivo e non, adesso che sei tornato studente (= disoccupato) spesso capita che non ci sei. Una cosa che per altri papà, e mamme, sarà normale, ma a te ti fa ancora strano.

Per esempio, stamattina l’hai accompagnata, ok. Ma qualche giorno fa, alla presentazione della scuola ai genitori, è andata solo Mamma Soja. Una presentazione che è servita soprattutto a comunicare l’elenco infinito delle cose da portare: un po’ te l’aspettavi, ma è stato comunque impressionante quando ti ha raccontato di una quantità di fogli A4 e quadernoni capaci di contenere la Divina Commedia scritta a caratteri cubitali, di decine di penne pennarelli matite pastelli, per non parlare di scottex cartaigienica sapone e altri accessori da toilette.

– E poi, Patata, ho conosciuto le tue tre maestre, mi sembrano molto simpatiche.

– Tre? Tre maestre?

– Eh sì, una per l’area umanistica, una per quella scientifico tecnica, una di lingua straniera

– Eeeh?

– Sarebbe una di italiano, una di matematica e una di inglese

– Di italiano? Ma io lo conosco già l’italiano!


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