Chi ha detto che i blog sui figli li scrivono per forza le mamme?

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Comunque, in questi anni di crisi, mondiale e personale, hai capito una cosa. Che niente si può dare per scontato, nulla è per sempre, nessuna posizione è acquisita una volta per tutte.

Questa è la metà vuota del bicchiere. L’altra metà ti dice che però, per fortuna, c’è spesso un’altra strada da prendere, un’inversione a U da azzardare, un rischio da correre. E soprattutto c’è sempre da imparare: per necessità e per curiosità, con modestia e spirito critico, imparare e imparare: cose nuove, cose totalmente diverse da quelle che hai fatto finora, cose che non avevi mai immaginato di poter vedere succedere tra le tue mani; imparare imparare imparare: anche nelle situazioni più assurde o deprimenti, anche dai personaggi più ignoranti o ingenerosi, anche e soprattutto dalle persone più giovani o più inesperte.

Ieri, per esempio, sulla soglia delle quarantuno primavere, ho finalmente imparato, sotto la paziente guida della mia figlia maggiore, a fare le bolle con la gomma masticante. Compagni delle medie attenti, ancora un po’ e mi metto in pari.

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Bambini cari,

lo so che a voi di questa cosa della crisi economica, del lavoro, della precarietà prima finanziaria e poi mentale in cui nuotiamo, e speriamo non affoghiamo, a voi dicevo di questa cosa non ve ne può importare proprio, anzi. Anzi tutto sommato siete contenti perché papà ha più tempo per stare con voi, con te Patata per portarti ai giardinetti o giocare alle avventure delle bambole che però erano fate che però erano sirene che però erano incinte, e con te Ciccillo per cambiarti i pannolini e tenerti in braccio tra una sessione di allattamento e l’altra. Anzi in realtà non siete neanche più contenti, perché non avete un termine di paragone, non c’è stato un prima in cui il papà aveva un lavoro normale, perché tutto, ma proprio tutto, è iniziato nel 2008, il maledetto 2008 della crisi mondiale, il benedetto 2008 della nascita di Patata, e non potete essere più contenti perché papà sta più tempo con voi, perché “più tempo” rispetto a che cosa?, non avete, e giustamente, un’idea di quanto sia il tempo “normale” che un genitore sta fuori casa, non ne sapete nulla e menomale, tranne quando per esempio a scuola Patata ti hanno fatto studiare una poesia per la festa del papà dove c’era scritta una cosa tipo “tu che stai tutto il giorno fuori per lavoro”, ma dove vivono ste maestre, negli anni ’50?, non siete più contenti degli altri bambini o di quanto dovreste essere, e va bene così.

Tu poi, Ciccillo, ti è andata pure male, almeno rispetto a tua sorella, perché mentre lei mi ha avuto a casa, e quando dico a casa intendo a casa, ventiquattr’ore su ventiquattro, per i suoi primi cinque anni, tu carino sei arrivato quando qualcosa stava cambiando, ehi attento, non dico che di punto in bianco ho trovato lavoro, non sia mai, però qualcosa in più rispetto al nulla di prima faccio, sicché qualche volta, o spesso, sono via, sicché mi stanno venendo dei grandi sensi di colpa perché ti sto dedicando meno attenzioni, e di nuovo, “meno” rispetto a cosa?, esiste una regola, una normalità, un minimo sindacale, no, certo, allora diciamo meno rispetto a quello che ha avuto tua sorella, non in termini di amore ma in termini di tempo sicuramente sì, ma va bene così.

Che poi vedete, bambini belli, è proprio questa, riflettevo mentre scrivevo quello che ho appena scritto, è questa la fregatura dei tempi precari in cui viviamo, che non sai mai cosa aspettarti e non riesci a vivere appieno il momento presente, perché la mente, oh ci hanno raccontato che la nostra mente è potentissima e velocissima, ma non è vero, o per lo meno la mia non lo è, la mia mente si adegua ai cambiamenti con molta lentezza, e difficoltà. Quando stavo a casa, dopo aver perso il lavoro, dopo che era nata Patata, dicevo tra me e me sì che bello posso stare con mia figlia e aiutare la mia compagna, ma era un modo per consolarmi, non solo ma anche un modo per consolarmi, perché un’altra parte di me era disperata per il fatto che non stavo lavorando, e soprattutto angosciata dal pensiero che chissà quando, chissà se, questa situazione sarebbe cambiata. E quindi non me ne vedevo bene, cioè in tutte le cose belle, i viaggi i weekend le vacanze lunghe i ponti inventati mentre tutti gli altri erano al lavoro, o anche semplicemente le mattine passate al parco o a cucinare, in tutte queste cose c’era sempre un tarlo, un pensiero di fondo, sottile ma costante, che rovinava o sporcava tutto, non te lo meriti, diceva la vocina, non sei qui per scelta ma perché non hai nient’altro da fare. Adesso, invece, che tra l’arrivo di Ciccillo e i nuovi impegni – sei anni dopo, di nuovo una nascita mi porta un cambiamento totale anche sotto altri punti di vista, di nuovo solo-una-coincidenza? – adesso che non ho un minuto, certe volte, per fare una pipì, ah come rimpiango i bei tempi della disoccupazione, e quindi, e di nuovo, questa nuova situazione così desiderata e attesa, ora non me la godo. Ma va bene così.

Ma una cosa, bambini miei, una cosa ve la devo dire, anche se questa è una cosa che non si dice, che non sta bene, che è peggio di una parolaccia. La cosa è che a me dei soldi non me ne è mai importato niente. Non solo non sono una fissazione, per me, i soldi, ma proprio non ci penso. Cioè, lo so che nella nostra società, nel nostro sistema di capitalismo maturo (o marcio, direbbe qualcuno), nella nostra realtà dei soldi purtroppo non se ne può fare a meno, ma appunto ogni volta che ci penso mi viene da aggiungere purtroppo. E non è che non mi piacciano gli agi e le comodità, il lusso no, veramente non mi piace, ma come ha detto una volta un cantante che mi piace assai, voglio giusto quei soldi che mi permettano di vivere tranquillo, di pagare le bollette, fare qualche viaggetto con la famiglia, invitare a cena a casa gli amici. Questa cosa però qui da noi è peccato, peccato mortale: non il fatto di non guadagnare molto, ma il fatto di non voler guadagnare molto, è una cosa che la maggior parte della gente non capisce, peggio che non sopporta. Ma io non ci posso fare niente, non è stata una scelta, sono fatto così, e perciò non vi posso neanche dire fate come me, prendete esempio, non solo perché non sono convinto che sia la cosa giusta per tutti, ma proprio perché credo che ognuno abbia la sua strada, il suo modo di essere. Quello di cui mi sono reso conto però, è che al di là dello status symbol dato dai soldi, da quanti appartamenti o da quale macchina hai, al di là di quello, vivere in una società, cioè vivere in mezzo alla gente, significa avere un ruolo, una funzione, all’interno di un contesto, e molto spesso, quasi sempre, questa funzione è data dal lavoro, per cui non avere più un lavoro, o non riuscire più a fare il proprio lavoro, significa smarrimento, crisi di identità, significa non sapere più che ci stai a fare, e chi sei. Ma no, ma che cavolo sto dicendo, non è così, non è che la pressione sociale può arrivare fino a questo punto, o meglio non è giusto che lo faccia: per me questa cosa si traduce in un fatto più personale, di soddisfazione, per me quello che faccio dev’essere utile a qualcun altro, in qualche modo, e che poi ciò comporti un ritorno economico o meno è secondario, e allora per questo a un certo punto ho smesso di fare il lavoro che facevo prima, perché mi sembrava non avesse più senso, non desse qualcosa di utile o di piacevole a nessuno, nemmeno a me, e me ne sono messo a fare un altro completamente diverso, di lavoro dico, per niente facile, per niente ovvio che vada bene, per ora, ma va bene così.

E quindi, alla fine, qual è la morale di tutto questo, qual è l’insegnamento che dovrete trarne, quando leggerete questa lettera con tanti paroloni e pochi punti? Perché una morale ci dev’essere, così ci hanno detto, no?, ci dev’essere una frasetta finale che faccia da monito, alla fine di una favola, come alla fine di una vita: non è possibile, non è sufficiente dire che è stata una bella storia – una bella favola, una bella vita – no, che uffa però. Allora la morale qual è, che nella vita nessuno ti aiuta, ognuno per sé come nella giungla? Che questa è una valle di lacrime e bisogna aspettare il regno dei cieli per essere felici? Che non bisogna scendere a compromessi, forzare la propria natura, leccare i piedi a chi serve, pur di ottenere qualcosa, e si deve mantenere la schiena diritta anche a costo di non riuscire a mantenere i propri figli, come ha fatto il vostro papà? Non mi convince nessuna, neanche quest’ultima, perché ancora una volta, ognuno fa come può, non come merita. L’unica cosa che mi sento di dirvi, senza dubbio, è quello che disse un grande scrittore che a me mi piace assai: che vi toccheranno tempi duri in cui vivere, come a tutti. E va bene così.

Papà

(Questa lettera è stata scritta su invito di una studentessa in Psicologia dello Sviluppo e dell’educazione dell’Università degli studi di Padova e farà parte della sua tesi di laurea, che indaga gli effetti della precarietà lavorativa sulla relazione tra padre e figlio partendo dall’evoluzione che il ruolo della figura paterna ha avuto nel tempo)



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